venerdì 29 febbraio 2008

Lev 18, 20 Non peccare con la moglie del tuo prossimo

(Lev 18, 20) Non peccare con la moglie del tuo prossimo
[20] Non peccherai con la moglie del tuo prossimo per contaminarti con lei.
(CCC 2380) L'adulterio. Questa parola designa l'infedeltà coniugale. Quando due persone, di cui almeno una è sposata, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono un adulterio. Cristo condanna l'adulterio anche se consumato con il seplice desiderio [Mt 5,27-28]. Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l'adulterio in modo assoluto [Mt 5,32; 19,6; Mc 10,11; 1Cor 6,9-10]. I profeti ne denunciano la gravità. Nell'adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria [Os 2,7; Ger 5,7; 13,27]. (CCC 2381) L'adulterio è un'ingiustizia. Chi lo commette viene meno agli impegni assunti. Ferisce quel segno dell'Alleanza che è il vincolo matrimoniale, lede il diritto dell'altro coniuge e attenta all'istituto del matrimonio, violando il contratto che lo fonda. Compromette il bene della generazione umana e dei figli, i quali hanno bisogno dell'unione stabile dei genitori.

Lev 18, 7-18 Non scoprirai la nudità

Pagine scelte di Levitico 18
(Lev 18, 7-18) Non scoprirai la nudità

[7] Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre: è tua madre; non scoprirai la sua nudità. [8] Non scoprirai la nudità della tua matrigna; e la nudità di tuo padre. [9] Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre, sia nata in casa o fuori. [10] Non scoprirai la nudità della figlia di tuo figlio o della figlia di tua figlia, perché è la tua propria nudità. [11] Non scoprirai la nudità della figlia della tua matrigna, generata nella tua casa: è tua sorella. [12] Non scoprirai la nudità della sorella di tuo padre; è carne di tuo padre. [13] Non scoprirai la nudità della sorella di tua madre, perché è carne di tua madre. [14] Non scoprirai la nudità del fratello di tuo padre, cioè non ti accosterai alla sua moglie: è tua zia. [15] Non scoprirai la nudità di tua nuora: è la moglie di tuo figlio; non scoprirai la sua nudità. [16] Non scoprirai la nudità di tua cognata: è la nudità di tuo fratello. [17] Non scoprirai la nudità di una donna e di sua figlia; né prenderai la figlia di suo figlio, né la figlia di sua figlia per scoprirne la nudità: sono parenti carnali: è un'infamia. [18] E quanto alla moglie, non prenderai inoltre la sorella di lei, per farne una rivale, mentre tua moglie è in vita.
(CCC 2388) L'incesto consiste in relazioni intime tra parenti o affini, a un grado che impedisce tra loro il matrimonio [Lv 18,7-20]. San Paolo stigmatizza questa colpa particolarmente grave: “Si sente da per tutto parlare d'immoralità tra voi […] al punto che uno convive con la moglie di suo padre! [...] Nel nome del Signore nostro Gesù, […] questo individuo sia dato in balia di Satana per la rovina della sua carne […]” (1Cor 5,1.3-5). L'incesto corrompe le relazioni familiari e segna un regresso verso l'animalità. (CCC 2521) La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. E' ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione. (CCC 2523) Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.

Lv 17, 14 Il sangue è la vita d'ogni carne

Pagine scelte di Levitico 17
(Lv 17, 14) Il sangue è la vita d'ogni carne

[14] perché la vita di ogni essere vivente è il suo sangue, in quanto sua vita; perciò ho ordinato agli Israeliti: Non mangerete sangue di alcuna specie di essere vivente, perché il sangue è la vita d'ogni carne; chiunque ne mangerà sarà eliminato.
(CCC 2260) L'alleanza tra Dio e l'umanità è intessuta di richiami al dono divino della vita umana e alla violenza omicida dell'uomo: “Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto […]. Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio egli ha fatto l'uomo” (Gen 9,5-6). L'Antico Testamento ha sempre ritenuto il sangue come un segno sacro della vita [Lv 17,14]. Questo insegnamento è necessario in ogni tempo.

Lv 16, 15-16 Farà l'espiazione per tutti i loro peccati

(Lv 16, 15-16) Farà l'espiazione per tutti i loro peccati
[15] Poi immolerà il capro del sacrificio espiatorio, quello per il popolo, e ne porterà il sangue oltre il velo; farà con questo sangue quello che ha fatto con il sangue del giovenco: lo aspergerà sul coperchio e davanti al coperchio. [16] Così farà l'espiazione sul santuario per l'impurità degli Israeliti, per le loro trasgressioni e per tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda del convegno che si trova fra di loro, in mezzo alle loro impurità.
(CCC 613) La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [1Cor 5,7; Gv 8,34-36] per mezzo dell'Agnello che toglie il peccato del mondo [Gv 1,29; 1Pt 1,19] e il sacrificio della Nuova Alleanza [1Cor 11,25] che di nuovo mette l'uomo in comunione con Dio [Es 24,8] riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati [Mt 26,28; Lv 16,15-16]. (CCC 614) Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici [Eb 10,10]. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui [1Gv 4,10]. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore [Gv 15,13], offre la propria vita [Gv 10,17-18] al Padre suo nello Spirito Santo [Eb 9,14] per riparare la nostra disobbedienza.

Lv 16, 2 Non entrare in qualunque tempo nel santuario

Pagine scelte di Levitico 16
(Lv 16, 2) Non entrare in qualunque tempo nel santuario

[2] Il Signore disse a Mosè: "Parla ad Aronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull'arca; altrimenti potrebbe morire, quando io apparirò nella nuvola sul coperchio.
(CCC 433) Il nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi [Lv 16,15-16; Sir 50,20; Eb 9,7]. Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio [Es 25,22; Lv 16,2; Nm 7,89; Eb 9,5]. Quando san Paolo dice di Gesù: “Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue” (Rm 3,25), intende affermare che nella sua umanità “era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,19).

Lv 11, 44-45 Siate santi, perché io sono santo

Pagine scelte di Levitico 11
(Lv 11, 44-45) Siate santi, perché io sono santo

[44] Poiché io sono il Signore, il Dio vostro. Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo; non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. [45] Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d'Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo.
(CCC 2813) Nell'acqua del Battesimo siamo stati “lavati […], santificati […], giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1Cor 6,11). Lungo tutta la nostra vita il Padre nostro ci chiama “alla santificazione” (1Ts 4,7), e, poiché è per lui che noi siamo “in Cristo Gesù, il quale […] è diventato per noi santificazione” (1Cor 1,30), riguarda la sua gloria e la nostra vita che il suo nome sia santificato in noi e da noi. Sta qui l'urgenza della nostra prima domanda. “Chi potrebbe santificare Dio, giacché è lui che santifica? Ma traendo ispirazione da queste parole: “Siate santi, perché io sono santo” (Lv 11, 44), noi chiediamo che, santificati dal Battesimo, possiamo perseverare in ciò che abbiamo incominciato ad essere. E lo chiediamo ogni giorno, perché ogni giorno ci lasciamo sedurre dal male, e perciò dobbiamo purificarci dai nostri peccati con una purificazione incessantemente ricominciata […]. Ricorriamo, dunque, alla preghiera perché la santità dimori in noi” [San Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 12: PL 4, 544].

Lv 8, 10-12 Unse Aronne per consacrarlo

(Lv 8, 10-12) Unse Aronne per consacrarlo
[10] Poi Mosè prese l'olio dell'unzione, unse la Dimora e tutte le cose che vi si trovavano e così le consacrò. [11] Fece sette volte l'aspersione sull'altare, unse l'altare con tutti i suoi accessori, la conca e la sua base, per consacrarli. [12] Versò l'olio della unzione sul capo d'Aronne e unse Aronne, per consacrarlo.
(CCC 1541) La liturgia della Chiesa vede tuttavia nel sacerdozio di Aronne e nel servizio dei leviti, come pure nell'istituzione dei settanta “Anziani” [Nm 11,24-25], prefigurazioni del ministero ordinato della Nuova Alleanza. Così, nel rito latino, la Chiesa si esprime nella preghiera consacratoria dell'ordinazione dei Vescovi: “O Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, […] con la parola di salvezza hai dato norme di vita nella tua Chiesa: tu, dal principio, hai eletto Abramo come padre dei giusti, hai costituito capi e sacerdoti per non lasciare mai senza ministero il tuo santuario…” [Pontificale romano, Ordinazione del Vescovo, dei presbiteri e dei diaconi, Ordinazione del Vescovo. Preghiera di ordinazione, 52]. (CCC 1542) Nell'ordinazione dei sacerdoti, la Chiesa prega: “Signore, Padre santo, […] Nell'Antica Alleanza presero forma e figura vari uffici istituiti per il servizio liturgico. A Mosè e ad Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo, associasti collaboratori che li seguivano nel grado e nella dignità. Nel cammino dell'esodo comunicasti a settanta uomini saggi e prudenti lo spirito di Mosè tuo servo […]. Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre [Pontificale romano, Ordinazione del Vescovo, dei presbiteri e dei diaconi, Ordinazione dei presbiteri. Preghiera di ordinazione, 146].

Lv 8, 6-9 Rivestì Aronne della tunica e il sacro diadema

(Lv 8, 6-9) Rivestì Aronne della tunica e il sacro diadema
[6] Mosè fece accostare Aronne e i suoi figli e li lavò con acqua. [7] Poi rivestì Aronne della tunica, lo cinse della cintura, gli pose addosso il manto, gli mise l'efod e lo cinse con la cintura dell'efod, nel quale avvolse l'efod. [8] Gli mise anche il pettorale, e nel pettorale pose gli Urim e i Tummin. [9] Poi gli mise in capo il turbante e sul davanti del turbante pose la lamina d'oro, il sacro diadema, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
(CCC 1540) Istituito per annunciare la parola di Dio [Ml 2,7-9] e per ristabilire la comunione con Dio mediante i sacrifici e la preghiera, tale sacerdozio è tuttavia impotente a operare la salvezza, avendo bisogno di offrire continuamente sacrifici e non potendo portare ad una santificazione definitiva [Eb 5,3; 7,27; 10,1-4], che soltanto il sacrificio di Cristo avrebbe operato.

Lv 8, 1-5 Questo il Signore ha ordinato di fare

Pagine scelte di Levitico 8
(Lv 8, 1-5) Questo il Signore ha ordinato di fare

[1] Il Signore disse ancora a Mosè: [2] "Prendi Aronne insieme ai suoi figli, le vesti, l'olio dell'unzione, il giovenco del sacrificio espiatorio, i due arieti e il cesto dei pani azzimi; [3] convoca tutta la comunità all'ingresso della tenda del convegno". [4] Mosè fece come il Signore gli aveva ordinato e la comunità fu convocata all'ingresso della tenda del convegno. [5] Mosè disse alla comunità: "Questo il Signore ha ordinato di fare".
(CCC 1539) Il popolo eletto fu costituito da Dio come “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6) [Is 61,6]. Ma all'interno del popolo di Israele, Dio scelse una delle dodici tribù, quella di Levi, riservandola per il servizio liturgico [Nm 1,48-53]; Dio stesso è la sua parte di eredità [Gs 13,33]. Un rito proprio ha consacrato le origini del sacerdozio dell'Antica Alleanza [Es 29,1-30; Lv 8]. In essa i sacerdoti sono costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” [Eb 5,1].

giovedì 28 febbraio 2008

Es 40, 36-38 Un fuoco visibile a tutta la casa d'Israele

(Es 40, 36-38) Un fuoco visibile a tutta la casa d'Israele
[36] Ad ogni tappa, quando la nube s'innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l'accampamento. [37] Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. [38] Perché la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d'Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.
(CCC 2062) I comandamenti propriamente detti vengono in secondo luogo; essi esprimono le implicanze della appartenenza a Dio stabilita attraverso l'Alleanza. L'esistenza morale è risposta all'iniziativa d'amore del Signore. E' riconoscenza, omaggio a Dio e culto d'azione di grazie. E' cooperazione al piano che Dio persegue nella storia. (CCC 2063) L'Alleanza e il dialogo tra Dio e l'uomo sono ancora attestati dal fatto che tutte le imposizioni sono enunciate in prima persona (“Io sono il Signore...”) e rivolte a un altro soggetto (“Tu...”). In tutti i comandamenti di Dio è un pronome personale singolare che indica il destinatario. Dio fa conoscere la sua volontà a tutto il popolo e, nello stesso tempo, a ciascuno in particolare: “Il Signore comandò l'amore verso Dio e insegnò la giustizia verso il prossimo, affinché l'uomo non fosse né ingiusto, né indegno di Dio. Così, per mezzo del Decalogo, Dio preparava l'uomo a diventare suo amico e ad avere un solo cuore con il suo prossimo [...]. Le parole del Decalogo restano validissime per noi. Lungi dall'essere abolite, esse sono state portate a pienezza di significato e di sviluppo dalla venuta del Signore nella carne” [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 16, 3-4: PG 7, 1017-1018]. (CCC 2064) Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza e un significato fondamentali.

Es 40, 1-3 Vi collocherai l'arca della Testimonianza

Pagine scelte di Esodo 40
(Es 40, 1-3) Vi collocherai l'arca della Testimonianza

[1] Il Signore parlò a Mosè e gli disse: [2] "Il primo giorno del primo mese erigerai la Dimora, la tenda del convegno. [3] Dentro vi collocherai l'arca della Testimonianza, davanti all'arca tenderai il velo.
(CCC 2061) I comandamenti ricevono il loro pieno significato all'interno dell'Alleanza. Secondo la Scrittura, l'agire morale dell'uomo prende tutto il proprio senso nell’Alleanza e per essa. La prima delle “dieci parole” ricorda l'iniziativa d'amore di Dio per il suo popolo: “Poiché l'uomo, per castigo del peccato, era venuto dal paradiso della libertà alla schiavitù di questo mondo, per questo la prima parola del Decalogo, cioè la prima voce dei comandamenti di Dio, tratta della libertà dicendo: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2; Dt 5,6) [Origene, In Exodum homilia, 8, 1: PG 12, 350].

Es 34, 29 Le due tavole della Testimonianza

(Es 34, 29) Le due tavole della Testimonianza
[29] Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui.
(CCC 2058) Le “dieci parole” riassumono e proclamano la Legge di Dio: “Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede” (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate “la Testimonianza” (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste “tavole della Testimonianza” (Es 31,18; 32,15; 34,29) devono essere collocate nell'“arca” (Es 25,16; Es 40,1-3).

Es 34, 28 Il Signore scrisse sulle tavole le dieci parole

(Es 34, 28) Il Signore scrisse sulle tavole le dieci parole
[28] Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua. Il Signore scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole.
(CCC 2056) La parola “Decalogo” significa alla lettera “dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste “dieci parole” Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il suo “dito” [Es 31,18; Dt 5,22], a differenza degli altri precetti scritti da Mosè [Dt 31,9.24]. Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo [Es 20,1-17] e in quello del Deuteronomio [Dt 5,6-22]. Fin dall'Antico Testamento i Libri Sacri fanno riferimento alle “dieci parole” [Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9]. Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso.

Es 34, 8-9 Che il Signore cammini in mezzo a noi

(Es 34, 8-9) Che il Signore cammini in mezzo a noi
[8] Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. [9] Disse: "Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fà di noi la tua eredità".
(CCC 210) Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d'oro [Es 32], Dio ascolta l'intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore [Es 33,12-17]. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te” (Es 33,18-19). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: “Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona [Es 34,9].

Es 34, 7 Perdona la colpa la trasgressione e il peccato

(Es 34, 7) Perdona la colpa la trasgressione e il peccato
[7] che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione".
(CCC 231) Il Dio della nostra fede si è rivelato come colui che è; si è fatto conoscere come “ricco di grazia e di misericordia” (Es 34,6). Il suo Essere stesso è verità e amore. (CCC 211) Il nome divino “Io Sono” o “Egli È” esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l'infedeltà del peccato degli uomini e il castigo che merita, “conserva il suo favore per mille generazioni” (Es 34,7). Dio rivela di essere “ricco di misericordia” (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch'egli porta il nome divino: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8,28).

Es 34, 6 Il Signore, Dio misericordioso e pietoso

Pagine scelte di Esodo 34
(Es 34, 6) Il Signore, Dio misericordioso e pietoso

[6] Il Signore passò davanti a lui proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà,
(CCC 214) Dio, “colui che è”, si è rivelato a Israele come colui che è “ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). Questi due termini esprimono in modo sintetico le ricchezze del nome divino. In tutte le sue opere Dio mostra la sua benevolenza, la sua bontà, la sua grazia, il suo amore; ma anche la sua affidabilità, la sua costanza, la sua fedeltà, la sua verità. “Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia” (Sal 138,2; 85,11). Egli è la verità, perché “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1,5); egli è “amore”, come insegna l'apostolo Giovanni (1Gv 4,8). (CCC 2577) In questa intimità con il Dio fedele, lento all'ira e ricco di grazia [Es 34,6], Mosè ha attinto la forza e la tenacia della sua intercessione. Non prega per sé, ma per il popolo che Dio si è acquistato. Già durante il combattimento contro gli Amaleciti [Es 17,8-13] o per ottenere la guarigione di Maria [Nm 12,13-14], Mosè intercede. Ma è soprattutto dopo l'apostasia del popolo che egli sta “sulla breccia” di fronte a Dio (Sal 106,23) per salvare il popolo [Es 32,1-34,9]. Gli argomenti della sua preghiera (l'intercessione è anch'essa un misterioso combattimento) ispireranno l'audacia dei grandi oranti del popolo ebreo, come anche della Chiesa: Dio è amore; dunque, è giusto e fedele; non può contraddirsi, deve ricordarsi delle sue meravigliose gesta; è in gioco la sua gloria, non può abbandonare questo popolo che porta il suo Nome.

mercoledì 27 febbraio 2008

Es 33, 20-23 Tu non potrai vedere il mio volto

(Es 33, 20-23) Tu non potrai vedere il mio volto
[20] Soggiunse: "Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo". [21] Aggiunse il Signore: "Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: [22] quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. [23] Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere".
(CCC 2519) Ai “puri di cuore” è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui [1Cor 13,12; 1Gv 3,2]. La purezza del cuore è la condizione preliminare per la visione. Fin d'ora essa ci permette di vedere secondo Dio, di accogliere l'altro come un “prossimo”; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina. (CCC 2531) La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d'ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio. (CCC 2548) Il desiderio della vera felicità libera l'uomo dallo smodato attaccamento ai beni di questo mondo, per avere compimento nella visione e nella beatitudine di Dio. “La promessa di vedere Dio supera ogni felicità. [...] Nella Scrittura, vedere equivale a possedere. [...] Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possano concepire” [San Gregorio di Nissa, Orationes de beatitudinibus, oratio 6: PG 44, 1265]. (CCC 2549) Il popolo santo deve lottare, con la grazia che viene dall'Alto, per ottenere i beni che Dio promette. Per possedere e contemplare Dio, i cristiani mortificano le loro brame e trionfano, con la grazia di Dio, sulle seduzioni del piacere e del potere.

Es 33, 12-19 Mosè disse: "Mostrami la tua Gloria!"

(Es 33, 12-19) Mosè disse: "Mostrami la tua Gloria!"
[12] Mosè disse al Signore: "Vedi, tu mi ordini: Fà salire questo popolo, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi. [13] Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa gente è il tuo popolo". [14] Rispose: "Io camminerò con voi e ti darò riposo". [15] Riprese: "Se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui. [16] Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra". [17] Disse il Signore a Mosè: "Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome". [18] Gli disse: "Mostrami la tua Gloria!". [19] Rispose: "Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia".
(CCC 210) Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d'oro, [Es 32] Dio ascolta l'intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore [Es 33,12-17]. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te” (Es 33,18-19). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: “Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona [Es 34,9].

Es 33, 9-11 Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia

Pagine scelte di Esodo 33
(Es 33, 9-11) Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia

[9] Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. [10] Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. [11] Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda.
(CCC 697) La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell'Antico Testamento, la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua gloria: con Mosè sul monte Sinai [Es 24,15-18], presso la tenda del convegno [Es 33,9-10] e durante il cammino nel deserto [Es 40,36-38; 1Cor 10,1-2]; con Salomone al momento della dedicazione del Tempio [1Re 8,10-12]. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la “sua ombra”, affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù [Lc 1,35]. Sulla montagna della trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e “dalla nube” esce una voce che dice: “Questi è il mio Figlio, l'eletto; ascoltatelo” (Lc 9,34-35). Infine, è la stessa nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell'Ascensione [At 1,9] e che lo rivelerà Figlio dell'uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta [Lc 21,27]. (CCC 2576) Ora, “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33,11), con un suo amico. La preghiera di Mosè è tipica della preghiera contemplativa, grazie alla quale il servo di Dio è fedele alla propria missione. Mosè “s'intrattiene” spesso e a lungo con il Signore, salendo la montagna per ascoltarlo e implorarlo, discendendo verso il popolo per riferirgli le parole del suo Dio e guidarlo. “Egli è l'uomo di fiducia in tutta la mia casa. Bocca a bocca parlo con lui, in visione” (Nm 12,7-8); infatti “Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra” (Nm 12,3).

martedì 26 febbraio 2008

Es 32, 15-16 Tavole della Testimonianza opera di Dio

(Es 32, 15-16) Tavole della Testimonianza opera di Dio
[15] Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall'altra. [16] Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole.
(CCC 2058) Le “dieci parole” riassumono e proclamano la Legge di Dio: “Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede” (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate “la Testimonianza” (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste “tavole della Testimonianza” (Es 31,18; 32,15; 34,29) devono essere collocate nell'“arca” (Es 25,16; Es 40,1-3). (CCC 2059) Le “dieci parole” sono pronunciate da Dio durante una teofania (“Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco”: Dt 5,4). Appartengono alla rivelazione che Dio fa di se stesso e della sua gloria. Il dono dei comandamenti è dono di Dio stesso e della sua santa volontà. Facendo conoscere le sue volontà, Dio si rivela al suo popolo. (CCC 2060) Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell'Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell'Esodo, la rivelazione delle “dieci parole” viene accordata tra la proposta dell'Alleanza [Es 19] e la sua stipulazione [Es 24], dopo che il popolo si è impegnato a “fare” tutto ciò che il Signore aveva detto e ad “obbedirvi” (Es 24,7). Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell'Alleanza (Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sull'Oreb: Dt 5,2).

Es 32, 11-13 Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele

(Es 32, 11-13) Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele
[11] Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: "Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande forza e con mano potente? [12] Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall'ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. [13] Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre".
(CCC 210) Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d'oro, [Es 32] Dio ascolta l'intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore [Es 33,12-17]. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te” (Es 33,18-19). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: “Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona [Es 34,9]. (CCC 2577) In questa intimità con il Dio fedele, lento all'ira e ricco di grazia [Es 34,6], Mosè ha attinto la forza e la tenacia della sua intercessione. Non prega per sé, ma per il popolo che Dio si è acquistato. Già durante il combattimento contro gli Amaleciti [Es 17,8-13] o per ottenere la guarigione di Maria [Nm 12,13-14], Mosè intercede. Ma è soprattutto dopo l'apostasia del popolo che egli sta “sulla breccia” di fronte a Dio (Sal 106,23) per salvare il popolo [Es 32,1-34,9]. Gli argomenti della sua preghiera (l'intercessione è anch'essa un misterioso combattimento) ispireranno l'audacia dei grandi oranti del popolo ebreo, come anche della Chiesa: Dio è amore; dunque, è giusto e fedele; non può contraddirsi, deve ricordarsi delle sue meravigliose gesta; è in gioco la sua gloria, non può abbandonare questo popolo che porta il suo Nome.

Es 32, 7-10 Và, scendi, il tuo popolo si è pervertito

(Es 32, 7-10) Và, scendi, il tuo popolo si è pervertito
[7] Allora il Signore disse a Mosè: "Và, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito. [8] Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto". [9] Il Signore disse inoltre a Mosè: "Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. [10] Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione".
(CCC 2129) L'ingiunzione divina comportava il divieto di qualsiasi rappresentazione di Dio fatta dalla mano dell'uomo. Il Deuteronomio spiega: “Poiché non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull'Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l'immagine scolpita di qualche idolo” (Dt 4,15-16). E' il Dio assolutamente trascendente che si è rivelato a Israele. “Egli è tutto”, ma, al tempo stesso, è “al di sopra di tutte le sue opere” (Sir 43,27-28). Egli è “lo stesso autore della bellezza” (Sap 13,3). (CCC 2130) Tuttavia, fin dall'Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame [Nm 21,4-9; Sap 16,5-14; Gv 3,14-15], l'arca dell'Alleanza e i cherubini [Es 25,10-22; 1Re 6,23-28; 7,23-26].

Es 32, 1-6 Ecco il tuo Dio Israele: un vitello di metallo

Pagine scelte di Esodo 32
(Es 32, 1-6) Ecco il tuo Dio Israele: un vitello di metallo

[1] Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: "Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto". [2] Aronne rispose loro: "Togliete i pendenti d'oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me". [3] Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. [4] Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: "Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!". [5] Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: "Domani sarà festa in onore del Signore". [6] Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento.
(CCC 2114) La vita umana si unifica nell'adorazione dell'Unico. Il comandamento di adorare il solo Signore semplifica l'uomo e lo salva da una dispersione senza limiti. L'idolatria è una perversione del senso religioso innato nell'uomo. Idolatra è colui che “riferisce la sua indistruttibile nozione di Dio a chicchessia anziché a Dio” [Origene, Contra Celsum, 2, 40: PG 11, 861]. (CCC 2113) L'idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C'è idolatria quando l'uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. “Non potete servire a Dio e a mammona”, dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare “la Bestia” [Ap 13-14], rifiutando perfino di simularne il culto. L'idolatria respinge l'unica Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina [Gal 5,20; Ef 5,5].

lunedì 25 febbraio 2008

Es 31, 18 Gli diede le due tavole della Testimonianza

(Es 31, 18) Gli diede le due tavole della Testimonianza
[18] Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio.
(CCC 700) Il dito. “Con il dito di Dio” Gesù scaccia “i demoni” (Lc 11,20). Se la Legge di Dio è stata scritta su tavole di pietra “dal dito di Dio” (Es 31,18), “la lettera di Cristo”, affidata alle cure degli Apostoli, è “scritta con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei […] cuori” (2Cor 3,3). L'inno “Veni, Creator Spiritus” invoca lo Spirito Santo come “dexterae Dei tu digitus - dito della mano di Dio” (Domenica di Pentecoste, Inno ai I e II Vespri: Liturgia delle ore, v. 2). (CCC 2056) La parola “Decalogo” significa alla lettera “dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste “dieci parole” Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il suo “dito” [Es 31,18; Dt 5,22], a differenza degli altri precetti scritti da Mosè [Dt 31,9.24]. Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo [Es 20,1-17] e in quello del Deuteronomio [Dt 5,6-22]. Fin dall'Antico Testamento i Libri Sacri fanno riferimento alle “dieci parole” [Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9]. Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso. (CCC 2058) Le “dieci parole” riassumono e proclamano la Legge di Dio: “Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede” (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate “la Testimonianza” (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste “tavole della Testimonianza” (Es 31,18; 32,15; 34,29) devono essere collocate nell'“arca” (Es 25,16; Es 40,1-3).

Es 31, 17 E’ un segno perenne fra me e gli Israeliti

(Es 31, 17) E’ un segno perenne fra me e gli Israeliti
[17] Esso è un segno perenne fra me e gli Israeliti, perché il Signore in sei giorni ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo ha cessato e si è riposato".
(CCC 2172) L'agire di Dio è modello dell'agire umano. Se Dio nel settimo giorno “si è riposato” (Es 31,17), anche l'uomo deve “far riposo” e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri, “possano goder quiete” (Es 23,12). Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. E' un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro [Ne 13,15-22; 2Cr 36,21].

Es 31, 16 Gli Israeliti osserveranno il sabato

(Es 31, 16) Gli Israeliti osserveranno il sabato
[16] Gli Israeliti osserveranno il sabato, festeggiando il sabato nelle loro generazioni come un'alleanza perenne.
(CCC 2171) Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell'Alleanza perenne [Es 31,16]. Il sabato è per il Signore, santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele.

Es 31, 15 Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto

Pagine scelte di Esodo 31
(Es 31, 15) Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto

[15] Durante sei giorni si lavori, ma il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore. Chiunque farà un lavoro di sabato sarà messo a morte.
(CCC 2168) Il terzo comandamento del Decalogo ricorda la santità del sabato: “Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore” (Es 31,15). (CCC 2189) “Osserva il giorno di sabato per santificarlo” (Dt 5,12). “Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore” (Es 31,15).

Es 30, 22-32 Farai l'olio per l'unzione sacra

Pagine scelte di Esodo 30
(Es 30, 22-32) Farai l'olio per l'unzione sacra

[22] Il Signore parlò a Mosè: [23] "Procùrati balsami pregiati: mirra vergine per il peso di cinquecento sicli, cinnamòmo odorifero, la metà, cioè duecentocinquanta sicli, canna odorifera, duecentocinquanta, [24] cassia, cinquecento sicli, secondo il siclo del santuario, e un hin d'olio d'oliva. [25] Ne farai l'olio per l'unzione sacra, un unguento composto secondo l'arte del profumiere: sarà l'olio per l'unzione sacra. [26] Con esso ungerai la tenda del convegno, l'arca della Testimonianza, [27] la tavola e tutti i suoi accessori, il candelabro con i suoi accessori, l'altare del profumo, [28] l'altare degli olocausti e tutti i suoi accessori; la conca e il suo piedestallo. [29] Consacrerai queste cose, le quali diventeranno santissime: quanto le toccherà sarà santo. [30] Ungerai anche Aronne e i suoi figli e li consacrerai perché esercitino il mio sacerdozio. [31] Agli Israeliti dirai: Questo sarà per voi l'olio dell'unzione sacra per le vostre generazioni. [32] Non si dovrà versare sul corpo di nessun uomo e di simile a questo non ne dovrete fare: è una cosa santa e santa la dovrete ritenere.
(CCC 695) L'unzione. Il simbolismo dell'unzione con l'olio è talmente significativa dello Spirito Santo da divenirne il sinonimo [1Gv 2,20.27; 2Cor 1,21]. Nell'iniziazione cristiana essa è il segno sacramentale della Confermazione, chiamata giustamente nelle Chiese d'Oriente “Crismazione”. Ma per coglierne tutta la forza, bisogna tornare alla prima unzione compiuta dallo Spirito Santo: quella di Gesù. Cristo (“Messia” in ebraico) significa “unto” dallo Spirito di Dio. Nell'Antica Alleanza ci sono stati alcuni “unti” del Signore [Es 30,22-32], primo fra tutti il re Davide [1Sam 16,13]. Ma Gesù è l'unto di Dio in una maniera unica: l'umanità che il Figlio assume è totalmente “unta di Spirito Santo”. Gesù è costituito “Cristo” dallo Spirito Santo [Lc 4,18-19; Is 61,1]. La Vergine Maria concepisce Cristo per opera dello Spirito Santo, il quale, attraverso l'angelo, lo annunzia come Cristo fin dalla nascita [Lc 2,11] e spinge Simeone ad andare al Tempio per vedere il Cristo del Signore [Lc 2,26-27]; è lui che ricolma Cristo [Lc 4,1], è sua la forza che esce da Cristo negli atti di guarigione e di risanamento [Lc 6,19; 8,46]. È lui, infine, che risuscita Cristo dai morti [Rm 1,4; 8,11]. Allora, costituito pienamente “Cristo” nella sua umanità vittoriosa della morte [At 2,36], Gesù effonde a profusione lo Spirito Santo, finché “i santi” costituiranno, nella loro unione all'umanità del Figlio di Dio, l'“uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13): “il Cristo totale”, secondo l'espressione di sant'Agostino [Sant'Agostino, Sermo 341, 1,1: PL 39, 1493; Ib., 9, 11: PL 39, 1499].

Es 29, 5-7 Prenderai l'olio dell'unzione e lo ungerai

Pagine scelte di Esodo 29
(Es 29, 5-7) Prenderai l'olio dell'unzione e lo ungerai

[5] Prenderai le vesti e rivestirai Aronne della tunica, del manto dell'efod, dell'efod e del pettorale; lo cingerai con la cintura dell'efod; [6] gli porrai sul capo il turbante e fisserai il diadema sacro sopra il turbante. [7] Poi prenderai l'olio dell'unzione, lo verserai sul suo capo e lo ungerai.
(CCC 436) Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico “Messia” che significa “unto”. Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, [1Sam 9,16; 10,1; 16,1; 16,12-13; 1Re 1,39] dei sacerdoti [Es 29,7; Lv 8,12] e, raramente, dei profeti [1Re 19,16]. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno [Sal 2,2; At 4,26-27]. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, [Is 11,2] ad un tempo come re e sacerdote [Zc 4,14; 6,13] ma anche come profeta [Is 61,1; Lc 4,16-21]. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re. (CCC 1539) Il popolo eletto fu costituito da Dio come “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6) [Is 61,6]. Ma all'interno del popolo di Israele, Dio scelse una delle dodici tribù, quella di Levi, riservandola per il servizio liturgico [Nm 1,48-53]; Dio stesso è la sua parte di eredità [Gs 13,33]. Un rito proprio ha consacrato le origini del sacerdozio dell'Antica Alleanza [Es 29,1-30; Lv 8]. In essa i sacerdoti sono costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” [Eb 5,1]. (CCC 1540) Istituito per annunciare la parola di Dio [Ml 2,7-9] e per ristabilire la comunione con Dio mediante i sacrifici e la preghiera, tale sacerdozio è tuttavia impotente a operare la salvezza, avendo bisogno di offrire continuamente sacrifici e non potendo portare ad una santificazione definitiva [Eb 5,3; 7,27; 10,1-4], che soltanto il sacrificio di Cristo avrebbe operato.

Es 25, 16-22 Collocherai nell'arca la Testimonianza

(Es 25, 16-22) Collocherai nell'arca la Testimonianza
[16] Nell'arca collocherai la Testimonianza che io ti darò. [17] Farai il coperchio, o propiziatorio, d'oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. [18] Farai due cherubini d'oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. [19] Fà un cherubino ad una estremità e un cherubino all'altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. [20] I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l'uno verso l'altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. [21] Porrai il coperchio sulla parte superiore dell'arca e collocherai nell'arca la Testimonianza che io ti darò. [22] Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull'arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti.
(CCC 2058) Le “dieci parole” riassumono e proclamano la Legge di Dio: “Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede” (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate “la Testimonianza” (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste “tavole della Testimonianza” (Es 31,18; 32,15; 34,29) devono essere collocate nell'“arca” (Es 25,16; Es 40,1-3). (CCC 433) Il nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi [Lv 16,15-16; Sir 50,20; Eb 9,7]. Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio [Es 25,22; Lv 16,2; Nm 7,89; Eb 9,5]. Quando san Paolo dice di Gesù: “Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue” (Rm 3,25), intende affermare che nella sua umanità “era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,19).

Es 25, 10-15 Faranno dunque un'arca di legno

Pagine scelte di Esodo 25
(Es 25, 10-15) Faranno dunque un'arca di legno

[10] Faranno dunque un'arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. [11] La rivestirai d'oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d'oro. [12] Fonderai per essa quattro anelli d'oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull'altro. [13] Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d'oro. [14] Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell'arca per trasportare l'arca con esse. [15] Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell'arca: non verranno tolte di lì.
(CCC 2130) Tuttavia, fin dall'Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame, [Nm 21,4-9; Sap 16,5-14; Gv 3,14-15] l'arca dell'Alleanza e i cherubini [Es 25,10-22; 1Re 6,23-28; 7,23-26].

domenica 24 febbraio 2008

Es 24, 17-18 La Gloria del Signore appariva

(Es 24, 17-18) La Gloria del Signore appariva
[17] La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. [18] Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti.
(CCC 2085) Il Dio unico e vero rivela innanzi tutto la sua gloria ad Israele [Es 19,16-25; 24,15-18]. La rivelazione della vocazione e della verità dell'uomo è legata alla Rivelazione di Dio. L'uomo ha la vocazione di manifestare Dio agendo in conformità con il suo essere creato “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26): “Non ci saranno mai altri dei, o Trifone, né mai ce ne sono stati fin dalle origini […], all'infuori di colui che ha creato e ordinato l'universo. Noi non pensiamo che il nostro Dio differisca dal vostro. E' lo stesso che ha fatto uscire i vostri padri dall'Egitto con mano potente e braccio teso. Noi non riponiamo le nostre speranze in qualche altro dio - non ce ne sono - ma nello stesso Dio in cui voi sperate, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe” [San Giustino, Dialogus cum Tryphone Judaeo, 11, 1: PG 6, 497].

Es 24, 15-16 Il Signore chiamò Mosè dalla nube

(Es 24, 15-16) Il Signore chiamò Mosè dalla nube

[15] Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. [16] La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube.
(CCC 697) La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell'Antico Testamento, la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua gloria: con Mosè sul monte Sinai [Es 24,15-18], presso la tenda del convegno [Es 33,9-10] e durante il cammino nel deserto [Es 40,36-38; 1Cor 10,1-2]; con Salomone al momento della dedicazione del Tempio [1Re 8,10-12]. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la “sua ombra”, affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù [Lc 1,35]. Sulla montagna della trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e “dalla nube” esce una voce che dice: “Questi è il mio Figlio, l'eletto; ascoltatelo” (Lc 9,34-35). Infine, è la stessa nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell'Ascensione [At 1,9] e che lo rivelerà Figlio dell'uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta [Lc 21,27].

Es 24, 7-8 Alleanza che il Signore ha concluso con voi

Pagine scelte di Esodo 24
(Es 24, 7-8) Alleanza che il Signore ha concluso con voi

[7] Quindi prese il libro dell'alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: "Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!". [8] Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: "Ecco il sangue dell'alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!".
(CCC 2060) Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell'Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell'Esodo, la rivelazione delle “dieci parole” viene accordata tra la proposta dell'Alleanza [Es 19] e la sua stipulazione [Es 24], dopo che il popolo si è impegnato a “fare” tutto ciò che il Signore aveva detto e ad “obbedirvi” (Es 24,7). Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell'Alleanza (Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sull'Oreb: Dt 5,2). (CCC 613) La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [1Cor 5,7; Gv 8,34-36] per mezzo dell'Agnello che toglie il peccato del mondo [Gv 1,29; 1Pt 1,19] e il sacrificio della Nuova Alleanza [1Cor 11,25] che di nuovo mette l'uomo in comunione con Dio [Es 24,8] riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati [Mt 26,28; Lv 16,15-16].

sabato 23 febbraio 2008

Es 23, 20-22 Ecco, io mando un angelo davanti a te

(Es 23, 20-22) Ecco, io mando un angelo davanti a te
[20] Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. [21] Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. [22] Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l'avversario dei tuoi avversari.
(CCC 328) L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione. (CCC 332) Essi, fin dalla creazione [Gb 38,7, dove gli angeli sono chiamati “figli di Dio”] e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre [Gen 3,24], proteggono Lot [Gen 19], salvano Agar e il suo bambino [Gen 21,17], trattengono la mano di Abramo [Gen 22,11]; la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” [At 7,53], essi guidano il Popolo di Dio [Es 23,20-23], annunziano nascite [Gdc 13] e vocazioni [Gdc 6,11-24; Is 6,6], assistono i profeti [1Re 19,5], per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù [Lc 1,11.26].

Es 23, 12 Nel settimo giorno farai riposo

(Es 23, 12) Nel settimo giorno farai riposo
[12] Per sei giorni farai i tuoi lavori, ma nel settimo giorno farai riposo, perché possano goder quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero.
(CCC 2172) L'agire di Dio è modello dell'agire umano. Se Dio nel settimo giorno “si è riposato” (Es 31,17), anche l'uomo deve “far riposo” e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri, “possano goder quiete” (Es 23,12). Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. E' un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro [Ne 13,15-22; 2Cr 36,21]. (CCC 2175) La domenica si distingue nettamente dal sabato al quale, ogni settimana, cronologicamente succede, e del quale, per i cristiani, sostituisce la prescrizione rituale. Porta a compimento, nella pasqua di Cristo, la verità spirituale del sabato ebraico ed annuncia il riposo eterno dell'uomo in Dio. Infatti, il culto della legge preparava il mistero di Cristo, e ciò che vi si compiva prefigurava qualche aspetto relativo a Cristo [1Cor 10,11]: “Coloro che vivevano nell'antico ordine di cose si sono rivolti alla nuova speranza, non più guardando al sabato, ma vivendo secondo la domenica, giorno in cui è sorta la nostra vita, per la grazia del Signore e per la sua morte” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Magnesios, 9, 1].

Es 23, 7 Non far morire l'innocente e il giusto

Pagine scelte di Esodo 23
(Es 23, 7) Non far morire l'innocente e il giusto

[7] Non far morire l'innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole.
(CCC 2261) La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: “Non far morire l'innocente e il giusto” (Es 23,7). L'uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell'essere umano, alla “regola d'oro” e alla santità del Creatore. La legge che vieta questo omicidio ha una validità universale: obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto. (CCC 2262) Nel discorso della montagna il Signore richiama il precetto: “Non uccidere” (Mt 5,21); vi aggiunge la proibizione dell'ira, dell'odio, della vendetta. Ancora di più: Cristo chiede al suo discepolo di porgere l'altra guancia [Mt 5,22-39], di amare i propri nemici [Mt 5,44]. Egli stesso non si è difeso e ha ingiunto a Pietro di rimettere la spada nel fodero [Mt 26,52].

Es 22, 20-22 Non maltratterai la vedova o l'orfano

Pagine scelte di Esodo 22
(Es 22, 20-22) Non maltratterai la vedova o l'orfano

[20] Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. [21] Non maltratterai la vedova o l'orfano. [22] Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido,
(CCC 1857) Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: “E' peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 17]. (CCC 1858) La materia grave è precisata dai Dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tener conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo. (CCC 1867) La tradizione catechistica ricorda pure che esistono “peccati che gridano verso il cielo”. Gridano verso il cielo: il sangue di Abele [Gen 4,10]; il peccato dei Sodomiti [Gen 18,20; 19,13]; il lamento del popolo oppresso in Egitto [Es 3,7-10]; il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano [Es 22,20-22]; l'ingiustizia verso il salariato [Dt 24,14-15; Gc 5,4].

venerdì 22 febbraio 2008

Es 20, 21-22 Avete visto che vi ho parlato dal cielo!

(Es 20, 21-22) Avete visto che vi ho parlato dal cielo!
[21] Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio. [22] Il Signore disse a Mosè: "Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo!
(CCC 1848) Come afferma san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”. La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci “la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Rm 5,21). Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato: “La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: “Ricevete lo Spirito Santo”. Così in questo “convincere quanto al peccato” scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et Vivificantem, 31].

Es 20, 18-20 Non abbiate timore: Dio è venuto

(Es 20, 18-20) Non abbiate timore: Dio è venuto
[18] Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. [19] Allora dissero a Mosè: "Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!". [20] Mosè disse al popolo: "Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate".
(CCC 1849) Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. E' stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge eterna” [Sant'Agostino, Contra Faustum manichaeum, 22, 27: (PL 42, 418); San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I-II, 71, 6]. (CCC 1850) Il peccato è un'offesa a Dio: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto” (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio” [Sant'Agostino, De civitate Dei, 14, 28: (PL 41, 436)]. Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza [Fil 2,6-9].

Es 20, 17 Non desiderare la moglie del tuo prossimo

(Es 20, 17) Non desiderare la moglie del tuo prossimo
[17] Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo".
(CCC 2514) San Giovanni distingue tre tipi di smodato desiderio o concupiscenza: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita [1Gv 2,16]. Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale; il decimo la concupiscenza dei beni altrui. (CCC 2515) La “concupiscenza”, nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo san Paolo la identifica con l'opposizione della “carne” allo “spirito” [Gal 5,16.17.24; Ef 2,3]. E' conseguenza della disobbedienza del primo peccato [Gen 3,11]. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa un peccato, inclina l'uomo a commettere il peccato [Concilio di Trento: DS 1515]. (CCC 2528) “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28). (CCC 2529) Il nono comandamento mette in guardia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale. (CCC 2530) La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.

Es 20, 16 Non pronunciare falsa testimonianza

(Es 20, 16) Non pronunciare falsa testimonianza
[16] Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
(CCC 2504) “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20,16). I discepoli di Cristo hanno rivestito “l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,24). (CCC 2505) La verità o veracità è la virtù che consiste nel mostrarsi veri nelle proprie azioni e nell'esprimere il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall'ipocrisia. (CCC 2508) La menzogna consiste nel dire il falso con l'intenzione di ingannare il prossimo. (CCC 2509) Una colpa commessa contro la verità esige riparazione. (CCC 2510) La regola d'oro aiuta a discernere, nelle situazioni concrete, se sia o non sia opportuno palesare la verità a chi la domanda.

giovedì 21 febbraio 2008

Es 20, 15 Non rubare

(Es 20, 15) Non rubare
[15] Non rubare.

(CCC 2401) Il settimo comandamento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni in qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano. Esige, in vista del bene comune, il rispetto della destinazione universale dei beni e del diritto di proprietà privata. La vita cristiana si sforza di ordinare a Dio e alla carità fraterna i beni di questo mondo. (CCC 2451) Il settimo comandamento prescrive la pratica della giustizia e della carità nella gestione dei beni terreni e dei frutti del lavoro umano. (CCC 2452 I beni della creazione sono destinati all'intero genere umano. Il diritto alla proprietà privata non abolisce la destinazione universale dei beni. (CCC 2453) Il settimo comandamento proibisce il furto. Il furto consiste nell'usurpare il bene altrui, contro la volontà ragionevole del proprietario. (CCC 2454) Ogni modo di prendere ed usare ingiustamente i beni altrui è contrario al settimo comandamento. L'ingiustizia commessa esige riparazione. La giustizia commutativa esige la restituzione di ciò che si è si è rubato. (CCC 2455) La legge morale proibisce gli atti che, a scopi mercantili o totalitari, provocano l'asservimento di esseri umani, il loro acquisto, la loro vendita, il loro scambio, come fossero merci. (CCC 2456) Il dominio accordato dal Creatore all'uomo sulle risorse minerali, vegetali e animali dell'universo, non può essere disgiunto dal rispetto degli obblighi morali, compresi quelli che riguardano le generazioni future.

Es 20, 14 Non commettere adulterio

(Es 20, 14) Non commettere adulterio
[14] Non commettere adulterio.
(CCC 2348) Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è “rivestito di Cristo” (Gal 3,27), modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita. Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità. (CCC 2380) L'adulterio. Questa parola designa l'infedeltà coniugale. Quando due persone, di cui almeno una è sposata, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono un adulterio. Cristo condanna l'adulterio anche se consumato con il seplice desiderio [Mt 5,27-28]. Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l'adulterio in modo assoluto [Mt 5,32; 19,6; Mc 10,11; 1Cor 6,9-10]. I profeti ne denunciano la gravità. Nell'adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria [Os 2,7; Ger 5,7; 13,27]. (CCC 2381) L'adulterio è un'ingiustizia. Chi lo commette viene meno agli impegni assunti. Ferisce quel segno dell'Alleanza che è il vincolo matrimoniale, lede il diritto dell'altro coniuge e attenta all'istituto del matrimonio, violando il contratto che lo fonda. Compromette il bene della generazione umana e dei figli, i quali hanno bisogno dell'unione stabile dei genitori. (CCC 2400) L'adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio.

Es 20, 13 Non uccidere

(Es 20, 13) Non uccidere
[13] Non uccidere.
(CCC 2318) Dio “ha in mano l'anima di ogni vivente e il soffio di ogni carne umana” (Gb 12,10). (CCC 2258) “La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Donum vitae, Introductio, 5]. (CCC 2261) La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: “Non far morire l'innocente e il giusto” (Es 23,7). L'uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell'essere umano, alla “regola d'oro” e alla santità del Creatore. La legge che vieta questo omicidio ha una validità universale: obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto. (CCC 2319) Ogni vita umana, dal momento del concepimento fino alla morte, è sacra, perché la persona umana è stata voluta per se stessa ad immagine e somiglianza del Dio vivente e santo. (CCC 2320) L'uccisione di un essere umano è gravemente contraria alla dignità della persona e alla santità del Creatore.

Es 20, 12 Onora tuo padre e tua madre

(Es 20, 12) Onora tuo padre e tua madre
[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.
(CCC 2196) Rispondendo alla domanda rivoltagli sul primo dei comandamenti, Gesù disse: “Il primo è: "Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". E il secondo è questo: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Non c'è altro comandamento più importante di questo” (Mc 12,29-31). L'Apostolo san Paolo lo richiama: “Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassumono in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore” (Rm 13,8-10). (CCC 2200) L'osservanza del quarto comandamento comporta una ricompensa: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (Es 20,12; cf Dt 5,16). Il rispetto di questo comandamento procura, insieme con i frutti spirituali, frutti temporali di pace e di prosperità. Al contrario, la trasgressione di questo comandamento arreca gravi danni alle comunità e alle persone umane. (CCC 2214) La paternità divina è la sorgente della paternità umana [Ef 3,15]; è la paternità divina che fonda l'onore dovuto ai genitori. Il rispetto dei figli, minorenni o adulti, per il proprio padre e la propria madre [Pr 1,8; Tb 4,3-4], si nutre dell'affetto naturale nato dal vincolo che li unisce. Questo rispetto è richiesto dal comando divino [Es 20,12].

Es 20, 8-11 Ricordati del sabato per santificarlo

(Es 20, 8-11) Ricordati del sabato per santificarlo
[8] Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: [9] sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; [10] ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. [11] Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
(CCC 2168) Il terzo comandamento del Decalogo ricorda la santità del sabato: “Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore” (Es 31,15). (CCC 2169) La Scrittura a questo proposito fa memoria della creazione: “Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro”(Es 20,11). (CCC 2171) Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell'Alleanza perenne [Es 31,16]. Il sabato è per il Signore, santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele. (CCC 2175) La domenica si distingue nettamente dal sabato al quale, ogni settimana, cronologicamente succede, e del quale, per i cristiani, sostituisce la prescrizione rituale. Porta a compimento, nella pasqua di Cristo, la verità spirituale del sabato ebraico ed annuncia il riposo eterno dell'uomo in Dio. Infatti, il culto della legge preparava il mistero di Cristo, e ciò che vi si compiva prefigurava qualche aspetto relativo a Cristo [1Cor 10,11]: “Coloro che vivevano nell'antico ordine di cose si sono rivolti alla nuova speranza, non più guardando al sabato, ma vivendo secondo la domenica, giorno in cui è sorta la nostra vita, per la grazia del Signore e per la sua morte” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Magnesios, 9, 1].

Es 20, 5-7 Non pronuncerai invano il nome del Signore

(Es 20, 5-7) Non pronuncerai invano il nome del Signore
[5] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, [6] ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi. [7] Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
(CCC 2083) Gesù ha riassunto i doveri dell'uomo verso Dio in questa parola: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” (Mt 22,37) [Lc 10,27: “... con tutta la tua forza”]. Essa fa immediatamente eco alla solenne esortazione: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo” (Dt 6,4). Dio ha amato per primo. L'amore del Dio Unico è ricordato nella prima delle “dieci parole”. I comandamenti poi esplicitano la risposta d'amore che l'uomo è chiamato a dare al suo Dio. (CCC 2141) Il culto delle sacre immagini è fondato sul mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio. Esso non è in opposizione al primo comandamento. (CCC 2056) La parola “Decalogo” significa alla lettera “dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste “dieci parole” Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il suo “dito” [Es 31,18; Dt 5,22], a differenza degli altri precetti scritti da Mosè [Dt 31,9.24]. Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo [Es 20,1-17] e in quello del Deuteronomio [Dt 5,6-22]. Fin dall'Antico Testamento i Libri Sacri fanno riferimento alle “dieci parole” [Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9]. Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso.

Es 20, 1-4 Io sono il Signore, tuo Dio

Pagine scelte di Esodo 20
(Es 20, 1-4) Io sono il Signore, tuo Dio

[1] Dio allora pronunciò tutte queste parole: [2] "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: [3] non avrai altri dei di fronte a me. [4] Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.
(CCC 2061) I comandamenti ricevono il loro pieno significato all'interno dell'Alleanza. Secondo la Scrittura, l'agire morale dell'uomo prende tutto il proprio senso nell’Alleanza e per essa. La prima delle “dieci parole” ricorda l'iniziativa d'amore di Dio per il suo popolo: “Poiché l'uomo, per castigo del peccato, era venuto dal paradiso della libertà alla schiavitù di questo mondo, per questo la prima parola del Decalogo, cioè la prima voce dei comandamenti di Dio, tratta della libertà dicendo: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2; Dt 5,6) [Origene, In Exodum homilia, 8, 1: PG 12, 350].

mercoledì 20 febbraio 2008

Es 19, 21-25 Si tengano in stato di purità

(Es 19, 21-25) Si tengano in stato di purità
[21] Poi il Signore disse a Mosè: "Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine! [22] Anche i sacerdoti, che si avvicinano al Signore, si tengano in stato di purità, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro!". [23] Mosè disse al Signore: "Il popolo non può salire al monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertiti dicendo: Fissa un limite verso il monte e dichiaralo sacro". [24] Il Signore gli disse: "Và, scendi, poi salirai tu e Aronne con te. Ma i sacerdoti e il popolo non si precipitino per salire verso il Signore, altrimenti egli si avventerà contro di loro!". [25] Mosè scese verso il popolo e parlò.
(CCC 708) Questa pedagogia di Dio appare specialmente nel dono della Legge [Es 19-20; Dt 1-11; 29-30], la quale è stata donata come un “pedagogo” per condurre il popolo a Cristo [Gal 3,24]. Tuttavia, la sua impotenza a salvare l'uomo, privo della “somiglianza” divina, e l'accresciuta conoscenza del peccato che da essa deriva [Rm 3,20] suscitano il desiderio dello Spirito Santo. I gemiti dei salmi lo testimoniano.

Es 19, 16-20 Il Signore chiamò Mosè sulla vetta

(Es 19, 16-20) Il Signore chiamò Mosè sulla vetta
[16] Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso da tremore. [17] Allora Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. [18] Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. [19] Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono. [20] Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì.
(CCC 2085) Il Dio unico e vero rivela innanzi tutto la sua gloria ad Israele [Es 19,16-25; 24,15-18]. La rivelazione della vocazione e della verità dell'uomo è legata alla Rivelazione di Dio. L'uomo ha la vocazione di manifestare Dio agendo in conformità con il suo essere creato “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26): “Non ci saranno mai altri dei, o Trifone, né mai ce ne sono stati fin dalle origini […], all'infuori di colui che ha creato e ordinato l'universo. Noi non pensiamo che il nostro Dio differisca dal vostro. E' lo stesso che ha fatto uscire i vostri padri dall'Egitto con mano potente e braccio teso. Noi non riponiamo le nostre speranze in qualche altro dio - non ce ne sono - ma nello stesso Dio in cui voi sperate, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe” [San Giustino, Dialogus cum Tryphone Iudaeo, 11, 1: PG 6, 497].

Es 19, 6 Sarete per me una nazione santa

(Es 19, 6) Sarete per me una nazione santa
[6] Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti".
(CCC 752) Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l'assemblea liturgica [1Cor 11,18; 14,19.28.34-35], ma anche la comunità locale [1Cor 1,2; 16,1] o tutta la comunità universale dei credenti [1Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6]. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa corpo di Cristo. (CCC 2060) Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell'Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell'Esodo, la rivelazione delle “dieci parole” viene accordata tra la proposta dell'Alleanza [Es 19] e la sua stipulazione [Es 24], dopo che il popolo si è impegnato a “fare” tutto ciò che il Signore aveva detto e ad “obbedirvi” (Es 24,7). Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell'Alleanza (Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sull'Oreb: Dt 5,2). (CCC 709) La Legge, segno della Promessa e dell'Alleanza, avrebbe dovuto reggere il cuore e le istituzioni del popolo nato dalla fede di Abramo. “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6; cf 1Pt 2,9). Ma, dopo Davide, Israele cede alla tentazione di divenire un regno come le altre nazioni. Ora il regno, oggetto della promessa fatta a Davide, [2Sam 7; Sal 89; Lc 1,32-33] sarà l'opera dello Spirito Santo e apparterrà ai poveri secondo lo Spirito.

martedì 19 febbraio 2008

Es 19, 5 Sarete per me la proprietà tra tutti i popoli

Pagine scelte di Esodo 19
(Es 19, 5) Sarete per me la proprietà tra tutti i popoli
[5] Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!
(CCC 762) La preparazione remota della riunione del Popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di “un grande popolo” (Gen 12,2; cf Gen 15,5-6). La preparazione immediata comincia con l'elezione di Israele come Popolo di Dio [Es 19,5-6; Dt 7,6]. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni [Is 2,2-5; Mi 4,1-4]. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l'Alleanza e di essersi comportato come una prostituta [Os 1; Is 1,2-4; Ger 2; ecc]. Essi annunziano un'Alleanza Nuova ed Eterna [Ger 31,31-34; Is 55,3]. “Cristo istituì questo Nuovo Patto” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9]. (CCC 2810) Nella promessa fatta ad Abramo e nel giuramento che l'accompagna [Eb 6,13], Dio si impegna personalmente ma senza svelare il proprio nome. Incomincia a rivelarlo a Mosè [Es 3,14] e lo manifesta agli occhi di tutto il popolo salvandolo dagli Egiziani: “Ha mirabilmente trionfato” (Es 15,1). Dopo l'Alleanza del Sinai, questo popolo è “suo” e deve essere una “nazione santa” (o consacrata, poiché in ebraico è la stessa parola) [Es 19,5-6], perché il nome di Dio abita in mezzo ad essa.

Es 17, 8-13 Le sue mani rimasero ferme

(Es 17, 8-13) Le sue mani rimasero ferme
[8] Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. [9] Mosè disse a Giosuè: "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio". [10] Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. [11] Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. [12] Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. [13] Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.
(CCC 2577) In questa intimità con il Dio fedele, lento all'ira e ricco di grazia [Es 34,6], Mosè ha attinto la forza e la tenacia della sua intercessione. Non prega per sé, ma per il popolo che Dio si è acquistato. Già durante il combattimento contro gli Amaleciti [Es 17,8-13] o per ottenere la guarigione di Maria [Nm 12,13-14], Mosè intercede. Ma è soprattutto dopo l'apostasia del popolo che egli sta “sulla breccia” di fronte a Dio (Sal 106,23) per salvare il popolo [Es 32,1-34,9]. Gli argomenti della sua preghiera (l'intercessione è anch'essa un misterioso combattimento) ispireranno l'audacia dei grandi oranti del popolo ebreo, come anche della Chiesa: Dio è amore; dunque, è giusto e fedele; non può contraddirsi, deve ricordarsi delle sue meravigliose gesta; è in gioco la sua gloria, non può abbandonare questo popolo che porta il suo Nome.

Es 17, 1-7 Perché mettete alla prova il Signore?

Pagine scelte di Esodo 17
(Es 17, 1-7) Perché mettete alla prova il Signore?
[1] Tutta la comunità degli Israeliti levò l'accampamento dal deserto di Sin, secondo l'ordine che il Signore dava di tappa in tappa, e si accampò a Refidim. Ma non c'era acqua da bere per il popolo. [2] Il popolo protestò contro Mosè: "Dateci acqua da bere!". Mosè disse loro: "Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?". [3] In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?". [4] Allora Mosè invocò l'aiuto del Signore, dicendo: "Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!". [5] Il Signore disse a Mosè: "Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! [6] Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà". Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d'Israele. [7] Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?".
(CCC 694) L'acqua. Il simbolismo dell'acqua significa l'azione dello Spirito Santo nel Battesimo, poiché dopo l'invocazione dello Spirito Santo essa diviene il segno sacramentale efficace della nuova nascita: come la gestazione della nostra prima nascita si è operata nell'acqua, allo stesso modo l'acqua battesimale significa realmente che la nostra nascita alla vita divina ci è donata nello Spirito Santo. Ma “battezzati in un solo Spirito”, noi “ci siamo” anche “abbeverati a un solo Spirito” (1Cor 12,13): lo Spirito, dunque, è anche personalmente l'Acqua viva che scaturisce da Cristo crocifisso come dalla sua sorgente [Gv 19,34; 1Gv 5,8] e che in noi zampilla per la Vita eterna [Gv 4,10-14; 7,38; Es 17,1-6; Is 55,1; Zc 14,8; 1Cor 10,4; Ap 21,6; 22,17]. (CCC 2119) L'azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. E' così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal Tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire [Lc 4,9]. Gesù gli oppone la parola di Dio: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza [1Cor 10,9; Es 17,2-7; Sal 95,9].

Es 16, 19-21 Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino

Pagine scelte di Esodo 16
(Es 16, 19-21) Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino

[19] Poi Mosè disse loro: "Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino". [20] Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. [21] Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva.
(CCC 2837) “Quotidiano”. Questa parola, “épioùsios”, non è usata in nessun altro passo del Nuovo Testamento. Intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di “oggi” [Es 16,19-21], per confermarci in una confidenza “senza riserve”. Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento [1Tm 6,8]. Presa alla lettera (épioùsios: “sovra-sostanziale”), la parola indica direttamente il Pane di Vita, il Corpo di Cristo, “farmaco d'immortalità” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20, 2] senza il quale non abbiamo in noi la vita [Gv 6,53-56]. Infine, legato al precedente, è evidente il senso celeste: “questo Giorno” è quello del Signore, quello del Banchetto del Regno, anticipato nell'Eucaristia, che è già pregustazione del Regno che viene. Per questo è bene che la liturgia eucaristica sia celebrata “ogni giorno”. “L'Eucaristia è il nostro pane quotidiano […]. La virtù propria di questo nutrimento è quella di produrre l'unità, affinché, resi corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo […], ma anche le letture che ascoltate ogni giorno in chiesa sono pane quotidiano, e l'ascoltare e recitare inni è pane quotidiano. Questi sono i sostegni necessari al nostro pellegrinaggio terreno” [Sant'Agostino, Sermo 57, 7, 7: PL 38, 389-390]. Il Padre del cielo ci esorta a chiedere come bambini del cielo il Pane del cielo [Gv 6,51]. Cristo “egli stesso è il pane che, seminato nella Vergine, lievitato nella carne, impastato nella passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella chiesa, portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento celeste” [San Pietro Crisologo, Sermo 67, 7: PL 52, 402].