domenica 30 novembre 2008

130. In che modo la Risurrezione è opera della Santissima Trinità?


130. In che modo la Risurrezione è opera della Santissima Trinità?

(Comp 130) La Risurrezione di Cristo è un'opera trascendente di Dio. Le tre Persone agiscono insieme secondo ciò che è loro proprio: il Padre manifesta la sua potenza; il Figlio «riprende» la vita che ha liberamente offerto (Gv 10,17) riunendo la sua anima e il suo corpo, che lo Spirito vivifica e glorifica.

In Sintesi
(CCC 658) Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18), è il principio della nostra risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima [Rm 6,4], più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Rm 8,11].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 648) La risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” (At 2,24) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti” (Rm 1,4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Rm 6,4; 2Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; Eb 7,16] per l'opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l'ha chiamata allo stato glorioso di Signore. (CCC 649) Quanto al Figlio, egli opera la sua propria risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Mc 8,31; 9,9.31; 10,34]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla… ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” (Gv 10,17-18). “Noi crediamo… che Gesù è morto e risuscitato” (1Ts 4,14).

Per la riflessione
(CCC 650) I Padri contemplano la risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l'unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell'uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la risurrezione per l'unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, De tridui inter mortem et resurrectionem Domini nostri Iesu Christi spatio: Gregorii Nysseni opera: PG 46, 617; Statuta Ecclesiae Antiqua: DS 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistulae: DS 359; Sant’Ormisda, Lettera Inter ea quae: DS 369; Concilio di Toledo XI, Simbolo: DS 539].

(Prossima domanda: Quali sono il senso e la portata salvifica della Risurrezione?)

sabato 29 novembre 2008

129. Qual è lo stato del corpo risorto di Gesù?


129. Qual è lo stato del corpo risorto di Gesù?

(Comp 129) La Risurrezione di Cristo non è stata un ritorno alla vita terrena. Il suo corpo risuscitato è quello che è stato crocifisso e porta i segni della sua Passione, ma è ormai partecipe della vita divina con le proprietà di un corpo glorioso. Per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire ai suoi discepoli come e dove vuole e sotto aspetti diversi.

“In Sintesi”
(CCC 657) La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 645) Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Lc 24,39; Gv 20,27] e la condivisione del pasto [Lc 24,30; 24,41-43; Gv 21,9; 21,13-15]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma [Lc 24,39], ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Lc 24,40; Gv 20,20; 20,27]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole [Mt 28,9; 28,16-17; Lc 24,15; 24,36; Gv 20,14; 20,19; 20,26; 21,4], poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Gv 20,17]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere [Gv 20,14-15] o “sotto altro aspetto” (Mc 16,12) diverso da quello che era familiare ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Gv 20,14.16; 21,4.7].

Per la riflessione
(CCC 646) La risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è l'uomo celeste [1Cor 15,35-50].

(Prossima domanda: In che modo la Risurrezione è opera della Santissima Trinità?)

venerdì 28 novembre 2008

128. Perché la Risurrezione è al tempo stesso un avvenimento trascendente?


128. Perché la Risurrezione è al tempo stesso un avvenimento trascendente?
(Comp 128) Pur essendo un avvenimento storico, constatabile e attestato attraverso segni e testimonianze, la Risurrezione, in quanto entrata dell'umanità di Cristo nella gloria di Dio, trascende e supera la storia, come mistero della fede. Per questo motivo, Cristo risorto non si manifestò al mondo, ma ai suoi discepoli, rendendoli suoi testimoni davanti al popolo.

“In Sintesi”
(CCC 656) La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento che è storicamente attestato dai discepoli i quali hanno realmente incontrato il Risorto, e che è insieme misteriosamente trascendente in quanto l'umanità di Cristo entra nella gloria di Dio.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 647) “O notte beata - canta l'“Exsultet” di Pasqua - tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi” [Veglia pasquale, Preconio pasquale (“Exsultet”): Messale Romano]. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell'avvenimento stesso della risurrezione e nessun Evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un'altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, nel cuore del mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli [Gv 14,22], “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” (At 13,31).

Per la riflessione
(CCC 1000) Il «modo con cui avviene la risurrezione» supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: “Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l’altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 18, 5: PG 7, 1028-1029).

(Prossima domanda: Qual è lo stato del corpo risorto di Gesù?)

giovedì 27 novembre 2008

127. Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù? (II parte) (continuazione)


127. Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù? (II parte) (continuazione)

(Comp 127 ripetizione) Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l'annunciarono agli Apostoli. Gesù poi «apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta» (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

“In Sintesi”
(CCC 658) Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18), è il principio della nostra risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima [Rm 6,4], più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Rm 8,11]. (CCC 656) La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento che è storicamente attestato dai discepoli i quali hanno realmente incontrato il Risorto, e che è insieme misteriosamente trascendente in quanto l'umanità di Cristo entra nella gloria di Dio.

Approfondimenti e spiegazioni
CCC 641) Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l'imbalsamazione del corpo di Gesù [Mc 16,1; Lc 24,1], sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Gv 19,31; 19,42] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Mt 28,9-10; Gv 20,11-18]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Lc 24,9-10]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [1Cor 15,5]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli [Lc 22,31-32], vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34). (CCC 642) Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli - e Pietro in modo del tutto particolare - nella costruzione dell'era nuova che ha inizio con il mattino di pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi “testimoni della risurrezione di Cristo” [At 1,22] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [1Cor 15,4-8].

Per la riflessione
(CCC 643) Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la risurrezione di Cristo al di fuori dell'ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Lc 22,31-32]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti (“tristi”: Lc 24,17) e spaventati [Gv 20,19], perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” (Lc 24,11; cf. Mc 16,11. 13). Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Mc 16,14).[FINE]

(Prossima domanda: Perché la Risurrezione è al tempo stesso un avvenimento trascendente?)

mercoledì 26 novembre 2008

127. Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù? (I parte)


127. Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù? (I parte)

(Comp 127) Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l'annunciarono agli Apostoli. Gesù poi «apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta» (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

“In Sintesi”
(CCC 656) La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento che è storicamente attestato dai discepoli i quali hanno realmente incontrato il Risorto, e che è insieme misteriosamente trascendente in quanto l'umanità di Cristo entra nella gloria di Dio. (CCC 657) La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 639) Il mistero della risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l'anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1Cor 15,3-4). L'Apostolo parla qui della tradizione viva della risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [At 9,3-18]. (CCC 640) “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Gv 20,13; Mt 28,11-15]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne [Lc 24,3.22-23], poi di Pietro (Lc 24,12). Il discepolo “che Gesù amava” (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” (Gv 20,6), vide e credette [Gv 20,8]. Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto [Gv 20,5-7], che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente tornato a una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Gv 11,44].

Per la riflessione
(CCC 644) Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Lc 24,38] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Lc 24,39]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” (Lc 24,41). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Gv 20,24-27] e, quando vi fu l'ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni […] dubitavano” (Mt 28,17). Per questo l'ipotesi secondo cui la risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata - sotto l'azione della grazia divina - dall'esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto. [CONTINUA]

(Continua la domanda: Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù? (II parte) continuazione)

martedì 25 novembre 2008

126. Che posto occupa la Risurrezione di Cristo nella nostra fede?


126. Che posto occupa la Risurrezione di Cristo nella nostra fede?
(Comp 126) La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo e rappresenta, con la Croce, una parte essenziale del Mistero pasquale.

“In Sintesi”
(CCC 636) Con l'espressione “Gesù discese agli inferi”, il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo “che della morte ha il potere” (Eb 2,14). (CCC 637) Cristo morto, con l'anima unita alla sua Persona divina è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l'avevano preceduto.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 631) Gesù “era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese” (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua pasqua egli dall'abisso della morte ha fatto scaturire la vita: “Cristo, tuo Figlio, che, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen” [Veglia Pasquale, Preconio pasquale (“Exsultet”): Messale Romano].

Per la riflessione
(CCC 638) “Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” (At 13,32-33). La risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del mistero pasquale insieme con la croce: “Cristo è risuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, Ai morti ha dato la vita” [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua]. (CCC 651) “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14). La risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

(Prossima domanda: Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù?)

lunedì 24 novembre 2008

125. Che cosa sono «gli inferi», nei quali Gesù discese?


125. Che cosa sono «gli inferi», nei quali Gesù discese?

(Comp 125) Gli «inferi» - diversi dall'inferno della dannazione - costituivano lo stato di tutti coloro, giusti e cattivi, che erano morti prima di Cristo. Con l'anima unita alla sua Persona divina Gesù ha raggiunto negli inferi i giusti che attendevano il loro Redentore per accedere infine alla visione di Dio. Dopo aver vinto, mediante la sua morte, la morte e il diavolo «che della morte ha il potere» (Eb 2,14), ha liberato i giusti in attesa del Redentore e ha aperto loro le porte del Cielo.

“In Sintesi”
(CCC 636) Con l'espressione “Gesù discese agli inferi”, il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo “che della morte ha il potere” (Eb 2,14). (CCC 637) Cristo morto, con l'anima unita alla sua Persona divina è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l'avevano preceduto.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 632) Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù “è risuscitato dai morti” (1Cor 15,20; cf At 3,15; Rm 8,11) presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti [Eb 13,20]. È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri [1Pt 3,18-19]. (CCC 633) La Scrittura chiama inferi, Shéol o Aiden [Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Sal 6,6; 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell'attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti [Sal 89,49; 1Sam 28,19; Ez 32,17-32]; il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Lc 16,22-26]. “Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all'inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Concilio di Roma (745): DS 587] né per distruggere l'inferno della dannazione [Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (1341), c. 15, 13: DS 1077], ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto [Concilio di Toledo IV (633): DS 485; Mt 27,52-53].

Per la riflessione
(CCC 634) “La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti…” (1Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione. (CCC 635) Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9] affinché i “morti” udissero “la voce del Figlio di Dio” (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù “l'Autore della vita” (At 3,15), ha ridotto “all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10). “Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. […] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. […] “Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. […] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti” [Antica omelia sul santo e grande Sabato: PG 43, 440. 452. 461].

(Prossima domanda: Che posto occupa la Risurrezione di Cristo nella nostra fede?)

domenica 23 novembre 2008

124. In quali condizioni era il corpo di Cristo mentre si trovava nella tomba?


124. In quali condizioni era il corpo di Cristo mentre si trovava nella tomba?

(Comp 124) Cristo ha conosciuto una vera morte e una vera sepoltura. Ma la virtù divina ha preservato il suo corpo dalla corruzione.

“In Sintesi”
(CCC 629) A beneficio di ogni uomo Gesù ha provato la morte [Eb 2,9]. Colui che è morto e che è stato sepolto è veramente il Figlio di Dio fatto uomo. (CCC 630) Durante la permanenza di Cristo nella tomba, la sua Persona divina ha continuato ad assumere sia la sua anima che il suo corpo, separati però tra di loro dalla morte. È per questo che il corpo di Cristo morto “non ha subito la corruzione” (At 13,37).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 624) “Per la grazia di Dio, egli” ha provato “la morte a vantaggio di tutti” (Eb 2,9). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” (1Cor 15,3), ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo Corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. È il mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro [Gv 19,42] manifesta il grande riposo sabbatico di Dio [Eb 4,4-9] dopo il compimento [Gv 19,30] della salvezza degli uomini che mette in pace l'universo intero [Col 1,18-20]. (CCC 625) La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della pasqua e il suo stato attuale glorioso di risorto. È la medesima persona del “Vivente” che può dire: “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1,18). “Ed è questo il mistero del disegno di Dio circa la morte e la risurrezione dai morti: se pure non ha impedito che con la morte l'anima fosse separata dal corpo, secondo l’ordine necessario della natura, li ha riuniti di nuovo insieme mediante la risurrezione, in modo che egli stesso divenisse punto d'incontro della morte e della vita, arrestando in sé la disgregazione della natura causata dalla morte, e insieme divenendo lui stesso principio di riunificazione degli elementi separati [San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16: PG 45, 52]. (CCC 626) Poiché l'“Autore della vita” che è stato ucciso [At 3,15] è anche il Vivente che “è risuscitato”, [Lc 24,5-6] necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte: “La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l'anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l'anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l'uno dall'altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo [San Giovanni Damasceno, Expositio fidei, 71 (De fide orthodoxa, 3, 27): PG 94, 1098].

Per la riflessione
(CCC 627) La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell'unione che la persona del Figlio ha mantenuto con il suo corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” (At 2,24) e perciò “la virtù divina ha preservato il corpo di Cristo dalla corruzione” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 51, 3, 2]. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” (Is 53,8) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (At 2,26-27; cf. Sal 16,9-10). La risurrezione di Gesù “il terzo giorno” (1Cor 15,4; Lc 24,46; cf. Mt 12,40; Gn 2,1; Os 6,2) ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno [Gv 11,39]. (CCC 628) Il Battesimo, il cui segno originale e plenario è l'immersione, significa efficacemente la discesa nella tomba del cristiano che muore al peccato con Cristo in vista di una vita nuova: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4) [Col 2,12; Ef 5,26].

(Prossima domanda: Che cosa sono «gli inferi », nei quali Gesù discese?)

sabato 22 novembre 2008

123. Perché Gesù chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce?


123. Perché Gesù chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce?
(Comp 123) Chiamando i suoi discepoli a «prendere la loro croce e a seguirlo» (Mt 16,24), Gesù vuole associare al suo sacrificio redentore quegli stessi che ne sono i primi beneficiari.

“In Sintesi”
(CCC 619) “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3). (CCC 2099) E' giusto offrire sacrifici a Dio in segno di adorazione e di riconoscenza, di implorazione e di comunione: “Ogni azione compiuta per aderire a Dio rimanendo con lui in comunione, e poter così essere nella gioia, è un vero sacrificio” [Sant'Agostino, De civitate Dei, 10, 6: PL 41, 283].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 618) La croce è l'unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” [1Tm 2,5]. Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22], egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” [Ib.]. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo [Mt 16,24], poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [1Pt 2,21]. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari [Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24]. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice [Lc 2,35]. “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” [Santa Rosa da Lima; P. Hansen, Vita mirabilis, (Roma 1664)].

Per la riflessione
(CCC 2100) Per essere autentico, il sacrificio esteriore deve essere espressione del sacrifico spirituale: “Uno spirito contrito è sacrificio...” (Sal 51,19). I profeti dell'Antica Alleanza spesso hanno denunciato i sacrifici compiuti senza partecipazione interiore [Am 5,21-25] o disgiunti dall'amore del prossimo [Is 1,10-20]. Gesù richiama le parole del profeta Osea: “Misericordia io voglio, non sacrificio” (Mt 9,13; 12,7) [Os 6,6]. L'unico sacrificio perfetto è quello che Cristo ha offerto sulla croce in totale oblazione all'amore del Padre e per la nostra salvezza [Eb 9,13-14]. Unendoci al suo sacrificio, possiamo fare della nostra vita un sacrificio a Dio.

(Prossima domanda: In quali condizioni era il corpo di Cristo mentre si trovava nella tomba?)

venerdì 21 novembre 2008

122. Quali sono gli effetti del sacrificio di Cristo sulla Croce?


122. Quali sono gli effetti del sacrificio di Cristo sulla Croce?

(Comp 122) Gesù ha liberamente offerto la sua vita in sacrificio espiatorio, cioè ha riparato le nostre colpe con la piena obbedienza del suo amore fino alla morte. Questo «amore fino alla fine» (Gv 13,1) del Figlio di Dio riconcilia con il Padre tutta l'umanità. Il sacrificio pasquale di Cristo riscatta quindi gli uomini in modo unico, perfetto e definitivo, e apre loro la comunione con Dio.

“In Sintesi”
(CCC 622) In questo consiste la redenzione di Cristo: egli “è venuto per […] dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28), cioè ad amare “i suoi sino alla fine” (Gv 13,1) perché essi siano liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri (1Pt 1,18). (CCC 623) Mediante la sua obbedienza di amore al Padre “fino alla morte di croce” (Fil 2,8), Gesù compie la missione espiatrice [Is 53,10] del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità [Is 53,11; Rm 5,19].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 613) La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [1Cor 5,7; Gv 8,34-36] per mezzo dell'Agnello che toglie il peccato del mondo [Gv 1,29; 1Pt 1,19] e il sacrificio della Nuova Alleanza [1Cor 11,25] che di nuovo mette l'uomo in comunione con Dio [Es 24,8] riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati [Mt 26,28; Lv 16,15-16]. (CCC 614) Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici [Eb 10,10]. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui [1Gv 4,10]. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore [Gv 15,13], offre la propria vita [Gv 10,17-18] al Padre suo nello Spirito Santo [Eb 9,14] per riparare la nostra disobbedienza. (CCC 615) “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre se stesso in espiazione, mentre porta il peccato di molti, e li giustifica addossandosi la loro iniquità [Is 53,10-12]. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati [Concilio di Trento: DS 1529].

Per la riflessione
(CCC 616) È l'amore “sino alla fine” (Gv 13,1) che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell'offerta della sua vita [Gal 2,20; Ef 5,2.25]. “L'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L'esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l'umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti. (CCC 617) “Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis justificationem meruit – Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione”, insegna il Concilio di Trento [DS 1529] sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna [Eb 5,9]. E la Chiesa venera la croce cantando: “O crux, ave, spes unica - Ave, o croce, unica speranza” [Aggiunta liturgica all’inno “Vexilla Regis”: Liturgia delle Ore, v. 2].

(Prossima domanda: Perché Gesù chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce?)

giovedì 20 novembre 2008

121. Che cosa avviene nell'agonia dell'orto del Getsemani?


121. Che cosa avviene nell'agonia dell'orto del Getsemani?

Malgrado l'orrore che procura la morte nell'umanità tutta santa di colui che è l'«Autore della Vita» (At 3,15), la volontà umana del Figlio di Dio aderisce alla volontà del Padre: per salvarci, Gesù accetta di portare i nostri peccati nel suo corpo «facendosi ubbidiente fino alla morte» (Fil 2,8).

“In Sintesi”
(CCC 623) Mediante la sua obbedienza di amore al Padre “fino alla morte di croce” (Fil 2,8), Gesù compie la missione espiatrice [Is 53,10] del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità [Is 53,11; Rm 5,19].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 612) Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso [Lc 22,20], in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell'agonia al Getsemani [Mt 26,42] facendosi “obbediente fino alla morte” (Fil 2,8) [Eb 5,7-8]. Gesù prega: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” (Mt 26,39). Egli esprime così l'orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato [Eb 4,15 ] che causa la morte [Rm 5,12 ]; ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell' “Autore della vita” (At 3,15), del “Vivente” (Ap 1,17: Gv 1,4; 5,26). Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre [Mt 26,42], Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per “portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24).

Per la riflessione
(CCC 1009) La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subito la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa (Mc 14,33-34; Eb 5, 7-8), egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione (Rm 5,19-21). (CCC 2600) Il Vangelo secondo san Luca sottolinea l'azione dello Spirito Santo e il senso della preghiera nel ministero di Cristo. Gesù prega prima dei momenti decisivi della sua missione: prima che il Padre gli renda testimonianza, al momento del suo Battesimo [Lc 3,21] e della Trasfigurazione [Lc 9,28], e prima di realizzare, mediante la sua Passione, il Disegno di amore del Padre [Lc 22,41-44]. Egli prega anche prima dei momenti decisivi che danno inizio alla missione dei suoi Apostoli: prima di scegliere e chiamare i Dodici [Lc 6,12], prima che Pietro lo confessi come “il Cristo di Dio” [Lc 9,18-20] e affinché la fede del capo degli Apostoli non venga meno nella tentazione [Lc 22,32]. La preghiera di Gesù prima delle azioni salvifiche che il Padre gli chiede di compiere, è un'adesione umile e fiduciosa della sua volontà umana alla volontà piena d'amore del Padre.

(Prossima domanda: Quali sono gli effetti del sacrificio di Cristo sulla Croce?)

mercoledì 19 novembre 2008

120. Come si esprime nell'ultima Cena l'offerta di Gesù?


120. Come si esprime nell'ultima Cena l'offerta di Gesù?

Nell'ultima Cena con gli Apostoli alla vigilia della Passione Gesù anticipa, cioè significa e realizza in anticipo l'offerta volontaria di se stesso: «Questo è il mio corpo che è dato per voi», «questo è il mio sangue, che è versato...» (Lc 22,19-20). Egli istituisce così al tempo stesso l'Eucaristia come «memoriale» (1 Cor 11,25) del suo sacrificio, e i suoi Apostoli come sacerdoti della nuova Alleanza.

“In Sintesi”
(CCC 620) La nostra salvezza proviene dall'iniziativa d'amore di Dio per noi poiché “è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5,19).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 610) La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i Dodici Apostoli [Mt 26,20] nella “notte in cui veniva tradito” (1Cor 11,23). La vigilia della sua passione, Gesù, quand'era ancora libero, ha fatto di quest'ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre [1Cor 5,7] per la salvezza degli uomini: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” (Lc 22,19). “Questo è il mio Sangue dell'Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28).

Per la riflessione
(CCC 611) L'Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà il “memoriale” [1Cor 11,25] del suo sacrificio. Gesù nella sua offerta include gli Apostoli e chiede loro di perpetuarla [Lc 22,19]. Con ciò, Gesù istituisce i suoi Apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità” (Gv 17,19; cf. Concilio di Trento: DS 1752; 1764).

(Prossima domanda: Che cosa avviene nell'agonia dell'orto del Getsemani?)

martedì 18 novembre 2008

119. In quale modo Cristo ha offerto se stesso al Padre?


119. In quale modo Cristo ha offerto se stesso al Padre?

Tutta la vita di Cristo è libera offerta al Padre per compiere il suo disegno di salvezza. Egli dà «la sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45) e in tal modo riconcilia con Dio tutta l'umanità. La sua sofferenza e la sua morte manifestano come la sua umanità sia lo strumento libero e perfetto dell'Amore divino che vuole la salvezza di tutti gli uomini.

“In Sintesi”
(CCC 620) La nostra salvezza proviene dall'iniziativa d'amore di Dio per noi poiché “è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5,19).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 606) Il Figlio di Dio disceso dal cielo non per fare la sua volontà ma quella di colui che l'ha “mandato (Gv 6,38), “entrando nel mondo dice: […] Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà. […] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù “per i peccati di tutto il mondo” (1Gv 2,2) è l'espressione della sua comunione d'amore con il Padre: “Il Padre mi ama perché io offro la mia vita” (Gv 10,17). “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31). (CCC 608) Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, [Lc 3,21; Mt 3,14-15] Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36). Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello [Is 53,7; Ger 11,19] e porta il peccato delle moltitudini [Is 53,12] e l'Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua [Es 12,3-14; Gv 19,36; 1Cor 5,7]. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: “servire e dare la propria vita in riscatto per molti”(Mc 10,45).

Per la riflessione
(CCC 607) Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù [Lc 12,50; 22,15; Mt 16,21-23] perché la sua passione redentrice è la ragion d'essere della sua incarnazione: “Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!” (Gv 12,27). “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che tutto sia compiuto (Gv 19,30), egli dice: “Ho sete” (Gv 19,28). (CCC 609) Accogliendo nel suo cuore umano l'amore del Padre per gli uomini, Gesù “li amò sino alla fine” (Gv 13,1) “perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici” (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini [Eb 2,10.17-18; 4,15; 5,7-9]. Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: “Nessuno mi toglie [la vita], ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte [Gv 18,4-6; Mt 26,53].

(Prossima domanda: Come si esprime nell'ultima Cena l'offerta di Gesù?)

lunedì 17 novembre 2008

118. Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio? (II parte) (continuazione)


118. Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio? (II parte) (continuazione)

(Comp 118 ripetizione) Per riconciliare con sé tutti gli uomini votati alla morte a causa del peccato, Dio ha preso l'iniziativa amorevole di mandare suo Figlio perché si consegnasse alla morte per i peccatori. Annunciata nell'Antico Testamento, in particolare come sacrificio del Servo sofferente, la morte di Gesù avvenne «secondo le Scritture».

“In Sintesi”
(CCC 619) “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 603) Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato [Gv 8,46]. Ma nell'amore redentore che sempre lo univa al Padre [Gv 8,29], egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34; Sal 22,1). Avendolo reso così solidale con noi peccatori, “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32) affinché noi fossimo “riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo” (Rm 5,10). (CCC 604) Nel consegnare suo Figlio per i nostri peccati, Dio manifesta che il suo disegno su di noi è un disegno di amore benevolo che precede ogni merito da parte nostra: “In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10.19]. “Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8).

Per la riflessione
(CCC 605) Questo amore è senza esclusioni; Gesù l'ha richiamato a conclusione della parabola della pecorella smarrita: “Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). Egli afferma di “dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28); quest'ultimo termine non è restrittivo: oppone l'insieme dell'umanità all'unica persona del Redentore che si consegna per salvarla [Rm 5,18-19]. La Chiesa, seguendo gli Apostoli [2Cor 5,15; 1Gv 2,2], insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni: “Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto” [Concilio di Quierzy (anno 853): DS 624]. [FINE]

(Prossima domanda: In quale modo Cristo ha offerto se stesso al Padre?)

domenica 16 novembre 2008

118. Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio? (I parte)


118. Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio? (I parte)

(Comp 118) Per riconciliare con sé tutti gli uomini votati alla morte a causa del peccato, Dio ha preso l'iniziativa amorevole di mandare suo Figlio perché si consegnasse alla morte per i peccatori. Annunciata nell'Antico Testamento, in particolare come sacrificio del Servo sofferente, la morte di Gesù avvenne «secondo le Scritture».

“In Sintesi”
(CCC 619) “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 599) La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di pentecoste: “Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio” (At 2,23). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù [At 3,13] siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio. (CCC 600) Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di “predestinazione” includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele [Sal 2,1-2] per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4,27-28). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento [Mt 26,54; Gv 18,36; 19,11] al fine di compiere il suo disegno di salvezza [At 3,17-18].

Per la riflessione
(CCC 601) Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del “Servo Giusto” [Is 53,11; At 3,14] era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato [Is 53,11-12; Gv 8,34-36]. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere “ricevuto” (1Cor 15,3), che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3; cf. At 3,18; 7,52; 13,29; At 26,22-23). La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente [Is 53,7-8; At 8,32-35]. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente [Mt 20,28]. Dopo la Risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, [Lc 24,25-27] poi agli stessi Apostoli [Lc 24,44-45]. (CCC 602) San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: “Foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri […] con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi” (1Pt 1,18-20). I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte [Rm 5,12; 1Cor 15,56]. Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo [Fil 2,7], quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato [Rm 8,3], “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). [CONTINUA]

(Continua la domanda: Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio?)

sabato 15 novembre 2008

117. Chi è responsabile della morte di Gesù? (II Parte) (continuazione)


117. Chi è responsabile della morte di Gesù? (II Parte) (continuazione)

(Comp 117 ripetizione) La passione e la morte di Gesù non possono essere imputate indistintamente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

“In Sintesi”
(CCC 619) “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 596) Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù [Gv 9,16; 10,19]. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito [Gv 9,22]. A coloro che temevano: “Tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” [Gv 11,48] il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: “[È] meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11,50). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù “reo di morte” [Mt 26,66] in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte [Gv 18,31], consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica [Lc 23,2], cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di “sommossa” (Lc 23,19). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù [Gv 19,12.15.21].

Per la riflessione
(CCC 598) La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che “ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle […] sofferenze” del divino Redentore [Catechismo Romano, 1, 5, 11; Eb 12,3]. Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso [Mt 25,45; At 9,4-5], la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei: “È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno tratto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell'iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti - afferma san Paolo - se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici” [Catechismo Romano, 1, 5, 11]. “E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati” [San Francesco d'Assisi, Admonitio, 5, 3]. [FINE]

(Prossima domanda: Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio?)

venerdì 14 novembre 2008

117. Chi è responsabile della morte di Gesù? (I Parte)


117. Chi è responsabile della morte di Gesù? (I Parte)

(Comp 117) La passione e la morte di Gesù non possono essere imputate indistintamente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

“In Sintesi”
(CCC 620) La nostra salvezza proviene dall'iniziativa d'amore di Dio per noi poiché “è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5,19).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 595) Tra le autorità religiose di Gerusalemme non ci sono stati solamente il fariseo Nicodemo [Gv 7,50] o il notabile Giuseppe di Arimatea ad essere, di nascosto, discepoli di Gesù [Gv 19,38-39], ma a proposito di lui [Gv 9,16-17; 10,19-21] sono sorti dissensi per lungo tempo al punto che, alla vigilia stessa della sua passione, san Giovanni può dire: “Tra i capi, molti credettero in lui”, anche se in maniera assai imperfetta (Gv 12,42). La cosa non ha nulla di sorprendente se si tiene presente che all'indomani della pentecoste “un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede” (At 6,7) e che “alcuni della setta dei farisei erano diventati credenti” (At 15,5) al punto che san Giacomo può dire a san Paolo: “Tu vedi o fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla Legge” (At 21,20).

Per la riflessione
(CCC 597) Tenendo conto della complessità storica del processo di Gesù espressa nei racconti evangelici, e qualunque possa essere stato il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all'insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata [Mc 15,11] e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la pentecoste [At 2,23.36; 3,13-14; 4,10; 5,30; 7,52; 10,39; 13,27-28; 1Ts 2,14-15]. Gesù stesso perdonando sulla croce [Lc 23,34] e Pietro sul suo esempio, hanno riconosciuto l'“ignoranza” [At 3,17] degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25) che è una formula di ratificazione [At 5,28; 18,6], estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio: Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: “Quanto è stato commesso durante la passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. […] Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura” [Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 4]. [CONTINUA]

(Continua la domanda: Chi è responsabile della morte di Gesù?)

giovedì 13 novembre 2008

116. Gesù ha contraddetto la fede d'Israele nel Dio unico e salvatore?


116. Gesù ha contraddetto la fede d'Israele nel Dio unico e salvatore?

(Comp 116) Gesù non ha mai contraddetto la fede in un Dio unico, neppure quando compiva l'opera divina per eccellenza che adempiva le promesse messianiche e lo rivelava uguale a Dio: il perdono dei peccati. La richiesta di Gesù di credere in lui e di convertirsi permette di capire la tragica incomprensione del Sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore.

“In Sintesi”
(CCC 594) Gesù ha compiuto azioni, quale il perdono dei peccati, che lo hanno rivelato come il Dio Salvatore [Gv 5,16-18]. Alcuni Giudei, i quali non riconoscevano il Dio fatto uomo [Gv 1,14], ma vedevano in lui “un uomo” che si faceva “Dio” (Gv 10,33), l'hanno giudicato un bestemmiatore.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 587) Se la Legge e il Tempio di Gerusalemme hanno potuto essere occasione di “contraddizione” [Lc 2,34] da parte di Gesù per le autorità religiose di Israele, è però il suo ruolo nella redenzione dei peccati, opera divina per eccellenza, a rappresentare per costoro la vera pietra d'inciampo [Lc 20,17-18; Sal 118,22]. (CCC 588) Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori [Lc 5,30] con la stessa familiarità con cui pranzava con loro [Lc 7,36; 11,37; Lc 14,1]. Contro quelli tra i farisei “che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9; cf. Gv 7,49; 9,34). Gesù ha affermato: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Lc 5,32). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale [Gv 8,33-36], coloro che presumono di non aver bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto [Gv 9,40-41]. (CCC 589) Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l'atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo [Mt 9,13; Os 6,6]. È arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori [Lc 15,1-2], li ammetteva al banchetto messianico [Lc 15,23-32]. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Infatti, come costoro, inorriditi, giustamente affermano, solo Dio può rimettere i peccati [Mc 2,7]. Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio [Gv 5,18; 10,33], oppure dice il vero e la sua persona rende presente e rivela il nome di Dio [Gv 17,6; 17,26].

Per la riflessione
(CCC 590) Soltanto l'identità divina della Persona di Gesù può giustificare un'esigenza assoluta come questa: “Chi non è con me è contro di me” (Mt 12,30); altrettanto quando egli dice che in lui c'è “più di Giona, […] più di Salomone” (Mt 12,41-42), “c'è qualcosa più grande del Tempio” (Mt 12,6); quando ricorda, a proprio riguardo, che Davide ha chiamato il Messia suo Signore [Mt 12,36; 12,37], e quando afferma: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58); e anche: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). (CCC 591) Gesù ha chiesto alle autorità religiose di Gerusalemme di credere in lui a causa delle opere del Padre che egli compiva [Gv 10,36-38]. Un tale atto di fede, però, doveva passare attraverso una misteriosa morte a se stessi per una rinascita dall'alto (Gv 3,7), sotto lo stimolo della grazia divina [Gv 6,44]. Una simile esigenza di conversione di fronte a un così sorprendente compimento delle promesse [Is 53,1] permette di capire il tragico disprezzo del sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore [Mc 3,6; Mt 26,64-66]. I suoi membri agivano così per “ignoranza” [Lc 23,34; At 3,17-18] e al tempo stesso per l’indurimento [Mc 3,5; Rm 11,25] dell'incredulità [Rm 11,20].

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mercoledì 12 novembre 2008

115. Quale fu l'atteggiamento di Gesù verso il tempio di Gerusalemme?


115. Quale fu l'atteggiamento di Gesù verso il tempio di Gerusalemme?

(Comp 115) Gesù è stato accusato di ostilità nei confronti del Tempio. Eppure l'ha venerato come «la dimora di suo Padre» (Gv 2,16) e li ha dettato una parte importante del suo insegnamento. Ma ne ha anche predetto la distruzione, in relazione con la propria morte, e si è presentato lui stesso come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini.

“In Sintesi”
(CCC 593) Gesù ha venerato il Tempio salendovi in occasione delle feste giudaiche di pellegrinaggio e ha amato di un amore geloso questa dimora di Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio prefigura il suo mistero. Se ne predice la distruzione, è per manifestare la sua propria uccisione e l'inizio di una nuova epoca della storia della salvezza, nella quale il suo corpo sarà il Tempio definitivo.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 583) Gesù, come prima di lui i profeti, ha manifestato per il Tempio di Gerusalemme il più profondo rispetto. Vi è stato presentato da Giuseppe e Maria quaranta giorni dopo la nascita (Lc 2,22-39). All'età di dodici anni decide di rimanere nel Tempio, per ricordare ai suoi genitori che egli deve occuparsi delle cose del Padre suo [Lc 2,46-49]. Vi è salito ogni anno, almeno per la Pasqua, durante la sua vita nascosta [Lc 2,41]; lo stesso suo ministero pubblico è stato ritmato dai suoi pellegrinaggi a Gerusalemme per le grandi feste ebraiche [Gv 2,13-14; 5,1.14; 7,1.10.14; 8,2; 10,22-23]. (CCC 585) Alla vigilia della sua passione, Gesù ha però annunziato la distruzione di questo splendido edificio, di cui non sarebbe rimasta pietra su pietra [Mt 24,1-2]. In ciò vi è l'annunzio di un segno degli ultimi tempi che stanno per iniziare con la sua pasqua [Mt 24,3; Lc 13,35]. Ma questa profezia ha potuto essere riferita in maniera deformata da falsi testimoni al momento del suo interrogatorio presso il sommo sacerdote [Mc 14,57-58] e ripetuta come ingiuria mentre era inchiodato sulla croce [Mt 27,39-40].

Per la riflessione
(CCC 584) Gesù è salito al Tempio come al luogo privilegiato dell'incontro con Dio. Per lui il Tempio è la dimora del Padre suo, una casa di preghiera, e si accende di sdegno per il fatto che il cortile esterno è diventato un luogo di commercio [Mt 21,13]. Se scaccia i mercanti dal Tempio, a ciò è spinto dall'amore geloso per il Padre suo: “"Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato". I discepoli si ricordarono che sta scritto: "Lo zelo per la tua casa mi divora” (Sal 69,10)” (Gv 2,16-17). Dopo la sua risurrezione, gli Apostoli hanno conservato un religioso rispetto per il Tempio [At 2,46; 3,1; 5,20-21; ecc.]. (CCC 586) Lungi dall'essere stato ostile al Tempio [Mt 8,4; 23,21; Lc 17,14; Gv 4,22] dove ha dato l'essenziale del suo insegnamento [Gv 18,20], Gesù ha voluto pagare la tassa per il Tempio associandosi a Pietro [Mt 17,24-27], che aveva posto come fondamento di quella che sarebbe stata la sua Chiesa [Mt 16,18]. Ancor più, egli si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini [Gv 2,21; Mt 12,6]. Per questo la sua uccisione nel corpo [Gv 2,18-22] annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l'entrata in una nuova età della storia della salvezza: “È giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre” (Gv 4,21; cf. Gv 4,23-24; Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22).

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martedì 11 novembre 2008

114. Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele? (II parte) (continuazione)


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14. Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele? (II parte) (continuazione)

(Comp 114 ripetizione) Gesù non ha abolito la Legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma l'ha portata a compimento dandone l'interpretazione definitiva. È il Legislatore divino che esegue integralmente questa Legge. Inoltre egli, il Servo fedele, offre con la sua morte espiatrice il solo sacrificio capace di redimere tutte «le colpe commesse dagli uomini sotto la prima Alleanza» (Eb 9,15).

“In Sintesi”
(CCC 592) Gesù non ha abolito la Legge del Sinai, ma l'ha portata a compimento [Mt 5,17-19] con una tale perfezione [Gv 8,46] da rivelarne il senso ultimo [Mt 5,33] e da riscattarne le trasgressioni [Eb 9,15].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 580) L'adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto l'opera del divino Legislatore nato sotto la Legge nella Persona del Figlio [Gal 4,4]. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta “nell’animo” e nel “cuore” (Ger 31,33) del Servo che, proclamando “il diritto con fermezza” (Is 42,3), diventa l'“alleanza del popolo” (Is 42,6). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé “la maledizione della Legge” (Gal 3,13), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli “a tutte le cose scritte nel libro della Legge” (Gal 3,10); infatti la morte di Cristo intervenne “per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima Alleanza” (Eb 9,15). (CCC 581) Gesù è apparso agli occhi degli Ebrei e dei loro capi spirituali come un “rabbi” [Gv 11,28; 3,2; Mt 22,23-24; 22,34-36]. Spesso egli ha usato argomentazioni che rientravano nel quadro dell'interpretazione rabbinica della Legge [Mt 12,5; 9,12; Mc 2,23-27; Lc 6,6-9; Gv 7,22-23]. Ma al tempo stesso, Gesù non poteva che urtare i dottori della Legge; infatti, non si limitava a proporre la sua interpretazione accanto alle loro: “egli insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Mt 7,29). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul monte delle beatitudini [Mt 5,1]. Questa Parola non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l'interpretazione definitiva: “Avete inteso che fu detto agli antichi […]; ma io vi dico” (Mt 5,33-34). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe “tradizioni degli uomini” (Mc 7,8) care ai farisei i quali annullano la parola di Dio (Mc 7,13).

Per la riflessione
(CCC 582) Spingendosi oltre, Gesù dà compimento alla Legge sulla purità degli alimenti, tanto importante nella vita quotidiana giudaica, svelandone il senso “pedagogico” [Gal 3,24] con una interpretazione divina: “Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo […]. Dichiarava così mondi tutti gli alimenti […]. Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore dell'uomo, escono le intenzioni cattive” (Mc 7,18-21). Dando con autorità divina l'interpretazione definitiva della Legge, Gesù si è trovato a scontrarsi con certi dottori della Legge, i quali non ne accettavano la sua interpretazione, sebbene fosse garantita dai segni divini che la accompagnavano [Gv 5,36; 10,25.37-38; 12,37]. Ciò vale soprattutto per la questione del sabato: Gesù ricorda, ricorrendo spesso ad argomentazioni rabbiniche [Mc 2,25-27; Gv 7,22-24], che il riposo del sabato non viene violato dal servizio di Dio [Mt 12,5; Nm 28,9] o del prossimo [Lc 13,15-16; 14,3-4], servizio che le guarigioni da lui operate compiono. [FINE]

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lunedì 10 novembre 2008

114. Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele? (I parte)


114. Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele? (I parte)

(Comp 114) Gesù non ha abolito la Legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma l'ha portata a compimento dandone l'interpretazione definitiva. È il Legislatore divino che esegue integralmente questa Legge. Inoltre egli, il Servo fedele, offre con la sua morte espiatrice il solo sacrificio capace di redimere tutte «le colpe commesse dagli uomini sotto la prima Alleanza» (Eb 9,15).

“In Sintesi”
(CCC 592) Gesù non ha abolito la Legge del Sinai, ma l'ha portata a compimento [Mt 5,17-19] con una tale perfezione [Gv 8,46] da rivelarne il senso ultimo [Mt 5,33] e da riscattarne le trasgressioni [Eb 9,15].

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 577) Gesù ha fatto una solenne precisazione all'inizio del Discorso della Montagna, quando ha presentato, alla luce della grazia della Nuova Alleanza, la Legge data da Dio sul Sinai al momento della prima Alleanza: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,17-19). (CCC 579) Il principio dell'integralità dell'osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo [Rm 10,2]. E questo, se non voleva risolversi in una casistica “ipocrita” [Mt 15,3-7; Lc 11,39-54], non poteva che preparare il popolo a quell'inaudito intervento di Dio che sarà l'osservanza perfetta della Legge da parte dell'unico Giusto al posto di tutti i peccatori [Is 53,11; Eb 9,15].

Per la riflessione
(CCC 578) Gesù, il Messia d'Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l'abbia potuto fare perfettamente [Gv 8,46]. Gli Ebrei, secondo quanto essi stessi confessano, non hanno mai potuto osservare la Legge nella sua integralità senza trasgredire il più piccolo precetto [Gv 7,19; At 13,38-41; 15,10]. Per questo, ogni anno, alla festa dell'Espiazione, i figli d'Israele chiedono perdono a Dio per le loro trasgressioni della Legge. In realtà, la Legge costituisce un tutto unico e, come ricorda san Giacomo, “chiunque osservi tutta la Legge, ma la trasgredisca in un punto solo, diventa colpevole di tutto” (Gc 2,10) [Gal 3,10; 5,3]. [CONTINUA]

(Continua la domanda: Come si è comportato Gesù verso la Legge di Israele?)

domenica 9 novembre 2008

113. Con quali accuse Gesù è stato condannato?


113. Con quali accuse Gesù è stato condannato?

(Comp 113) Alcuni capi d'Israele accusarono Gesù di agire contro la Legge, contro il tempio di Gerusalemme, e in particolare contro la fede nel Dio unico, perché Egli si proclamava Figlio di Dio. Per questo lo consegnarono a Pilato, perché lo condannasse a morte.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 574) Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con dei sacerdoti e degli scribi, si sono accordati per farlo morire [Mc 3,6]. Per certe sue azioni, (per la caciata dei demoni Mt 12,24; il perdono dei peccati Mc 2,7; le guarigioni in giorno di sabato Mc 3,1-6; la propria interpretazione dei precetti di purità della Legge Mc 7,14-23; la familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori Mc 2,14-17). Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca [Mc 3,22; Gv 8,48; 10,20]. Lo si è accusato di bestemmia [Mc 2,7; Gv 5,18; 10,33] e di falso profetismo [Gv 7,12; 7,52], crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione [Gv 8,59; 10,31]. (CCC 576) Agli occhi di molti in Israele, Gesù sembra agire contro le istituzioni fondamentali del Popolo eletto: - L'obbedienza alla Legge nell'integralità dei suoi precetti scritti e, per i farisei, nell'interpretazione della tradizione orale; - la centralità del Tempio di Gerusalemme come luogo santo dove Dio abita in un modo privilegiato; - La fede nell'unico Dio del quale nessun uomo può condividere la gloria.

Per la riflessione
(CCC 575) Molte azioni e parole di Gesù sono dunque state un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama “i Giudei” [Gv 1,19; 2,18; 5,10; 7,13; 9,22; 18,12; 19,38; 20,19], ancor più che per il comune popolo di Dio (Gv 7,48-49). Certamente, i suoi rapporti con i farisei non furono esclusivamente polemici. Ci sono dei farisei che lo mettono in guardia in ordine al pericolo che corre [Lc 13,31]. Gesù loda alcuni di loro, come lo scriba di Mc 12,34, e mangia più volte in casa di farisei [Lc 7,36; 14,1]. Gesù conferma dottrine condivise da questa élite religiosa del popolo di Dio: la risurrezione dei morti [Mt 22,23-34; Lc 20,39], le forme di pietà (elemosina, preghiera e digiuno) [Mt 6,2-18], e l'abitudine di rivolgersi a Dio come Padre, la centralità del comandamento dell'amore di Dio e del prossimo [Mc 12,28-34].

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sabato 8 novembre 2008

112. Qual è l'importanza del Mistero pasquale di Gesù?


112. Qual è l'importanza del Mistero pasquale di Gesù?

(Comp 112) Il Mistero pasquale di Gesù, che comprende la sua passione, morte, risurrezione e glorificazione, è al centro della fede cristiana, perché il disegno salvifico di Dio si è compiuto una volta per tutte con la morte redentrice del suo Figlio, Gesù Cristo.

“In Sintesi”
(CCC 570) L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è la manifestazione dell'avvento del Regno che il Re-Messia, accolto nella sua città dai fanciulli e dagli umili di cuore, si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 571) Il mistero pasquale della croce e della risurrezione di Cristo è al centro della Buona Novella che gli Apostoli, e la Chiesa dopo di loro, devono annunziare al mondo. Il disegno salvifico di Dio si è compiuto “una volta sola” (Eb 9,26) con la morte redentrice del Figlio suo Gesù Cristo. (CCC 573) La fede può dunque cercare di indagare le circostanze della morte di Gesù, fedelmente riferite dai Vangeli [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 19] e illuminate da altre fonti storiche, al fine di una migliore comprensione del senso della redenzione.

Per la riflessione
(CCC 572) La Chiesa resta fedele all’interpretazione di tutte le Scritture data da Gesù stesso sia prima, sia dopo la sua pasqua (Lc 24,27.44-45): “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Le sofferenze di Gesù hanno preso la loro forma storica concreta dal fatto che egli è stato “riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi” (Mc 8,31), i quali lo hanno consegnato “ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso” (Mt 20,19).

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venerdì 7 novembre 2008

111. Come avviene l'entrata messianica a Gerusalemme?


111. Come avviene l'entrata messianica a Gerusalemme?

(Comp 111) Nel tempo stabilito Gesù decide di salire a Gerusalemme per soffrire la sua passione, morire e risuscitare. Come Re Messia che manifesta la venuta del Regno, egli entra nella sua città sul dorso di un asino. È accolto dai piccoli, la cui acclamazione è ripresa nel Sanctus eucaristico: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna (salvaci)» (Mt 21,9), La liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa con la celebrazione di questa entrata a Gerusalemme.

“In Sintesi”
(CCC 569) Gesù è salito a Gerusalemme volontariamente, pur sapendo che vi sarebbe morto di morte violenta a causa della grande ostilità dei peccatori [Eb 12,3].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 557) “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51) [Gv 13,1]. Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire. A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua risurrezione [Mc 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34]. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: “Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” ( Lc 13,33). (CCC 558) Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme [Mt 23,37a]. Tuttavia, non desiste dall'invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui: “Gerusalemme… quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23,37b). Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi” (Lc 19,41-42).

Per la riflessione
(CCC 559) Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia? Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re [Gv 6,15], Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di “Davide, suo padre” (Lc 1,32; cf. Mt 21,1-11). È acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza (Hosanna significa: “Oh, sì, salvaci!”, “donaci la salvezza!”). Ora, “Re della gloria” (Sal 24,7-10) entra nella sua città cavalcando un asino: (Zc 9,9) egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l'astuzia né con la violenza, ma con l'umiltà che rende testimonianza alla verità [Gv 18,37]. Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli [Mt 21,15-16; Sal 8,3] e i “poveri di Dio”, i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori [Lc 19,38; Lc 2,14]. La loro acclamazione, “Benedetto colui che viene nel Nome del Signore” (Sal 118,26), è ripresa dalla Chiesa nel “Santo” della Liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della pasqua del Signore. (CCC 560) L'ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l'avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione. Con la celebrazione dell'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la Liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa.

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giovedì 6 novembre 2008

110. Quale significato ha la Trasfigurazione?


110. Quale significato ha la Trasfigurazione?

Nella Trasfigurazione appare anzitutto la Trinità: «Il Padre nella voce, il Figlio nell'uomo, lo Spirito nella nube brillante» (san Tommaso d'Aquino). Evocando con Mosè ed Elia la sua «dipartita» (Lc 9,31), Gesù mostra che la sua gloria passa attraverso la Croce e dà un anticipo della sua risurrezione e della sua gloriosa venuta, «che trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21).

“In Sintesi”
(CCC 568) La trasfigurazione di Gesù ha come fine di consolidare la fede degli Apostoli in vista della passione: la salita sull'“alto monte” prepara la salita al Calvario. Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: “la speranza della gloria” (Col 1,27; cf. San Leone Magno, Sermo, 51, 3: PL 54, 310).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 554) Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto […] e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16,21). Pietro protesta a questo annunzio [Mt 16,22-23], gli altri addirittura non lo comprendono [Mt 17,23; Lc 9,45]. In tale contesto si colloca l'episodio misterioso della trasfigurazione di Gesù [Mt 17,1-8; 2Pt 1,16-18] su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo” (Lc 9,35). (CCC 555) Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per “entrare nella sua gloria” (Lc 24,26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia [Lc 24,27]. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio [Is 42,1]. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: “Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in homine, Spiritus in nube clara - Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell'uomo, lo Spirito nella nube luminosa” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]: “Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l'irradiazione del Padre [Liturgia bizantina, Kontakion della festa della Trasfigurazione].

Per la riflessione
(CCC 556) Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della pasqua: la trasfigurazione. Col battesimo di Gesù “declaratum fuit mysterium primae regenerationis - fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo”; la trasfigurazione “est sacramentum secundae regenerationis - è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]. Fin d'ora noi partecipiamo alla risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del corpo di Cristo. La trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Ma ci ricorda anche che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22): “Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo” [Lc 9,33]. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. È discesa la vita per essere uccisa; è disceso il pane per sentire la fame; è discesa la via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire? [Sant'Agostino, Sermo 78, 6: PL 38, 492-493].

(Prossima domanda: Come avviene l'entrata messianica a Gerusalemme?)