domenica 31 ottobre 2010

Gualberto Gismondi, Vangelo secondo Matteo - Dottrina Sociale della Chiesa - connessioni riferimenti conseguenze consonanze

Vangelo secondo Matteo - Dottrina Sociale della Chiesa

connessioni riferimenti conseguenze consonanze


All’inizio del XXI secolo e del III millennio, in diversi Stati e Nazioni del mondo la vita sociale e pubblica sembra dimentica o lontana dalle sue vere finalità: dignità e sviluppo integrale delle persone e bene comune delle società. La Chiesa cattolica, da venti secoli “esperta in umanità”, vuole contribuire a trasformare ogni realtà, con la forza e lo spirito del Vangelo.

Vangelo significa, infatti: fede che salva, speranza che illumina e carità che ama. Dal prossimo “post” presenteremo queste verità in modo sistematico e articolato. L'amore nella verità — dice "Caritas in veritate" — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione.

Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante (CV 9a).

La trasformazione dei rapporti sociali rispondente elle esigenze del Regno di Dio non è stabilita nelle sue determinazioni concrete una volta per tutte. Si tratta piuttosto di un compito affidato alla comunità cristiana, che lo deve elaborare e realizzare attraverso la riflessione e la prassi ispirate dal Vangelo (CDS 53).

Questi principi illustrano i contenuti e le prospettive dei prossimi post. Il “Vangelo secondo Matteo” sarà introdotto e accompagnato da passi dei documenti ufficiali della “Dottrina Sociale della Chiesa” (DSC), della “Caritas in Veritate” (CV) l’enciclica sociale più recente, attuale e aggiornata e del “Compendio di Dottrina sociale della Chiesa” (CDS).

Non si tratta di un vero e proprio “commento”, ma di un insieme di connessioni, riferimenti, conseguenze e consonanze su cui ognuno potrà elaborare riflessioni e approfondimenti. Ogni post sarà articolato nel modo seguente: 1) citazioni dalla CV; 2) passi introduttivi alla DSC tratti dal CDS; 3) testi del Vangelo; 4) connessioni, riferimenti, conseguenze e consonanze fra DSC, CDS, CV.


Auguro a tutti i visitatori e lettori una proficua lettura e interessanti riflessioni.

p. Gualberto Gismondi ofm

598. Cosa significa l'Amen finale? (II parte)


598. Cosa significa l'Amen finale? (II parte) (continuazione)

(Comp 598 ripetizione) «Al termine della preghiera, tu dici: Amen, sottoscrivendo con l'Amen, che significa "Così sia", tutto ciò che è contenuto nella preghiera, insegnata da Dio» (san Cirillo di Gerusalemme).

“In Sintesi”

(CCC 1062) In ebraico, Amen si ricongiunge alla stessa radice della parola “credere”. Tale radice esprime la solidità, l'affidabilità, la fedeltà. Si capisce allora perché l'“Amen” può esprimere tanto la fedeltà di Dio verso di noi quanto la nostra fiducia in lui.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 1061) Il Credo, come pure l'ultimo libro della Sacra Scrittura [Ap 22,21], termina con la parola ebraica Amen. La si trova frequentemente alla fine delle preghiere del Nuovo Testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con Amen. (CCC 1063) Nel profeta Isaia si trova l'espressione “Dio di verità”, letteralmente “Dio dell'Amen”, cioè il Dio fedele alle sue promesse: “Chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele” (Is 65,16). Nostro Signore usa spesso il termine “Amen” [Mt 6,2.5.16], a volte in forma doppia [Gv 5,19], per sottolineare l'affidabilità del suo insegnamento, la sua autorità fondata sulla verità di Dio.

Per la riflessione

(CCC 1064) L'“Amen” finale del Simbolo riprende quindi e conferma le due parole con cui inizia: “Io credo”. Credere significa dire “Amen” alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l'“Amen” d'infinito amore e di perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l'“Amen” all'“Io credo” della professione di fede del nostro Battesimo: “Il Simbolo sia per te come uno specchio. Guardati in esso, per vedere se tu credi tutto quello che dichiari di credere e rallegrati ogni giorno per la tua fede” [Sant’Agostino, Sermo 58, 11, 13: PL 38, 399]. (CCC 1065) Gesù Cristo stesso è l'“Amen” (Ap 3,14). Egli è l'“Amen” definitivo dell'amore del Padre per noi; assume e porta alla sua pienezza il nostro “Amen” al Padre: “Tutte le promesse di Dio in lui sono divenute “sì”. Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria” (2Cor 1,20): “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen!” (Dossologia dopo la preghiera eucaristica: Messale Romano). [FINE]

Fine del "Commento al Compendio del Catechismo Della Chiesa Cattolica" mediante il CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

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“Vangelo secondo Matteo e Dottrina Sociale della Chiesa” connessioni, riferimenti, conseguenze, consonanze

598. Cosa significa l'Amen finale? (I parte)


598. Cosa significa l'Amen finale? (I parte)

(Comp 598) «Al termine della preghiera, tu dici: Amen, sottoscrivendo con l'Amen, che significa "Così sia", tutto ciò che è contenuto nella preghiera, insegnata da Dio» (san Cirillo di Gerusalemme).

“In Sintesi”

(CCC 2865) Con l'“Amen” finale esprimiamo il nostro “fiat” alle sette domande: “Così sia”.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2855) La dossologia finale “Perché tuo è il regno, la gloria e il potere” riprende, per inclusione, le prime tre domande al Padre nostro: la glorificazione del suo nome, la venuta del suo regno e il potere della sua volontà salvifica. Ma questa ripresa ha la forma dell'adorazione e dell'azione di grazie, come nella liturgia celeste [Ap 1,6; 4,11; 5,13 ]. Il principe di questo mondo si era attribuito in modo menzognero questi tre titoli di regalità, di potere e di gloria [Lc 4,5-6]; Cristo, il Signore, li restituisce al Padre suo e Padre nostro, finché gli consegnerà il Regno, quando il mistero della salvezza sarà definitivamente compiuto e Dio sarà tutto in tutti [1Cor 15,24-28].

Per la riflessione

(CCC 2856) “Al termine della preghiera, tu dici: Amen, sottoscrivendo con l'Amen, che significa "Così sia" [Lc 1,38], tutto ciò che è contenuto nella preghiera insegnata da Dio” [San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses mystagogicae, 5, 18: PG 33, 1124]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Cosa significa l'Amen finale?)

sabato 30 ottobre 2010

597. Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»? (II parte)


597. Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»? (II parte) (continuazione)

(Comp 597 ripetizione) Il Male indica la persona di Satana, che si oppone a Dio e che è «il seduttore di tutta la terra» (Ap 12,9). La vittoria sul diavolo è già conseguita da Cristo. Ma noi preghiamo affinché la famiglia umana sia liberata da Satana e dalle sue opere. Domandiamo anche il dono prezioso della pace e la grazia dell'attesa perseverante della venuta di Cristo, che ci libererà definitivamente dal Maligno.

“In Sintesi”

(CCC 2864) Nell'ultima domanda “ma liberaci dal male”, il cristiano insieme con la Chiesa prega Dio di manifestare la vittoria, già conseguita da Cristo, sul “principe di questo mondo”, su Satana, l'angelo che si oppone personalmente a Dio e al suo disegno di salvezza.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2853) La vittoria sul “principe del mondo” (Gv 14,30) è conseguita, una volta per tutte, nell'Ora in cui Gesù si consegna liberamente alla morte per darci la sua vita. Avviene allora il giudizio di questo mondo e il principe di questo mondo è “gettato fuori” [Gv 12,31; Ap 12,10]. Egli “si avventò contro la Donna” (Ap 12,13-16], ma non la poté ghermire: la nuova Eva, “piena di grazia” dello Spirito Santo, è preservata dal peccato e dalla corruzione della morte (concezione immacolata e assunzione della santissima Madre di Dio, Maria, sempre Vergine). “Allora il drago si infuriò contro la Donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza” (Ap 12,17). E' per questo che lo Spirito e la Chiesa pregano: “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,17.20): la sua venuta, infatti, ci libererà dal male.

Per la riflessione

(CCC 2854) Chiedendo di essere liberati dal male, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore. In quest'ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con la liberazione dai mali che schiacciano l'umanità, la Chiesa implora il dono prezioso della pace e la grazia dell'attesa perseverante del ritorno di Cristo. Pregando così, anticipa nell'umiltà della fede la ricapitolazione di tutti e di tutto in colui che ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18), “colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente!” (Ap 1,8; 1,4). “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l'aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” [Riti di Comunione (Embolismo): Messale Romano]. [FINE]


(Prossima domanda: Cosa significa l'Amen finale?)

venerdì 29 ottobre 2010

597. Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»? (I parte)


597. Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»? (I parte)

(Comp 597) Il Male indica la persona di Satana, che si oppone a Dio e che è «il seduttore di tutta la terra» (Ap 12,9). La vittoria sul diavolo è già conseguita da Cristo. Ma noi preghiamo affinché la famiglia umana sia liberata da Satana e dalle sue opere. Domandiamo anche il dono prezioso della pace e la grazia dell'attesa perseverante della venuta di Cristo, che ci libererà definitivamente dal Maligno.

“In Sintesi”

(CCC 2864) Nell'ultima domanda “ma liberaci dal male”, il cristiano insieme con la Chiesa prega Dio di manifestare la vittoria, già conseguita da Cristo, sul “principe di questo mondo”, su Satana, l'angelo che si oppone personalmente a Dio e al suo disegno di salvezza.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2850) L'ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: “Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17,15). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre “noi” a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell'intera famiglia umana. La Preghiera del Signore ci apre continuamente alle dimensioni dell'Economia della salvezza. La nostra interdipendenza nel dramma del peccato e della morte diventa solidarietà nel Corpo di Cristo, nella “comunione dei santi” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16]. (CCC 2851) In questa richiesta, il male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” dia-bolos è colui che “si getta di traverso” al disegno di Dio e alla sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo.

Per la riflessione

(CCC 2852) “Omicida fin dal principio” […], “menzognero e padre di menzogna” (Gv 8,44), “Satana, che seduce tutta la terra” (Ap 12,9), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà “liberata dalla corruzione del peccato e della morte” (Preghiera eucaristica IV: Messale Romano). “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,18-19): “Il Signore, che ha cancellato il vostro peccato e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il nemico, che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma chi si affida a Dio, non teme il diavolo. “Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31) [Sant'Ambrogio, De sacramentis, 5, 30: PL 16, 454]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»?)

giovedì 28 ottobre 2010

596. Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»? (II parte)


596. Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»? (II parte) (continuazione)

(Comp 596 ripetizione) Noi domandiamo a Dio Padre di non lasciarci soli e in balia della tentazione. Domandiamo allo Spirito di saper discernere, da una parte, fra la prova che fa crescere nel bene e la tentazione che conduce al peccato e alla morte, e, dall'altra, fra essere tentati e consentire alla tentazione. Questa domanda ci unisce a Gesù che ha vinto la tentazione con la sua preghiera. Essa sollecita la grazia della vigilanza e della perseveranza finale.

“In Sintesi”

(CCC 2863) Dicendo “Non ci indurre in tentazione”, chiediamo a Dio che non ci permetta di prendere la strada che conduce al peccato. Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza e chiede la grazia della vigilanza e della perseveranza finale.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2848) “Non entrare nella tentazione” implica una decisione del cuore: “Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. […] Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6,21.24). “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,25). In questo “consenso” allo Spirito Santo il Padre ci dà la forza. “Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla” (1Cor 10,13).

Per la riflessione

(CCC 2849) Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. E' per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul tentatore, fin dall'inizio [Mt 4,1-11] e nell'ultimo combattimento della sua agonia [Mt 26,36-44]. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente [Mc 13,9.23.33-37; 14,38; Lc 12,35-40]. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo nome [Gv 17,11]. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza [1Cor 16,13; Col 4,2; 1Ts 5,6; 1Pt 5,8]. Questa domanda acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante” (Ap 16,15). [FINE]


(Prossima domanda: Perché concludiamo domandando: «Ma liberaci dal Male»?)

mercoledì 27 ottobre 2010

596. Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»? (I parte)


596. Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»? (I parte)

(Comp 596) Noi domandiamo a Dio Padre di non lasciarci soli e in balia della tentazione. Domandiamo allo Spirito di saper discernere, da una parte, fra la prova che fa crescere nel bene e la tentazione che conduce al peccato e alla morte, e, dall'altra, fra essere tentati e consentire alla tentazione. Questa domanda ci unisce a Gesù che ha vinto la tentazione con la sua preghiera. Essa sollecita la grazia della vigilanza e della perseveranza finale.

“In Sintesi”

(CCC 2863) Dicendo “Non ci indurre in tentazione”, chiediamo a Dio che non ci permetta di prendere la strada che conduce al peccato. Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza e chiede la grazia della vigilanza e della perseveranza finale.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC (CCC 2846) Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in” [Mt 26,41], “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

Per la riflessione

(CCC 2847) Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell'uomo interiore [Lc 8,13-15; At 14,22; 2Tm 3,12] in vista di una “virtù provata” [Rm 5,3-5] e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte [Gc 1,14-15]. Dobbiamo anche distinguere tra “essere tentati” e “consentire” alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è “buono, gradito agli occhi e desiderabile” (Gen 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte. “Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all'infuori di Dio, ignorano ciò che l'anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere” [Origene, De oratione, 29, 15 e 17: PG 11, 541-544]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»?)

martedì 26 ottobre 2010

595. Com'è possibile il perdono? (III parte)


595. Com'è possibile il perdono? (III parte) (continuazione)

(Comp 595 ripetizione) La misericordia penetra nel nostro cuore solo se noi pure sappiamo perdonare, perfino ai nostri nemici. Ora, anche se per l'uomo sembra impossibile soddisfare a questa esigenza, il cuore che si offre allo Spirito Santo può, come Cristo, amare fino all'estremo della carità, tramutare la ferita in compassione, trasformare l'offesa in intercessione. Il perdono partecipa della misericordia divina, ed è un vertice della preghiera cristiana.

“In Sintesi”

(CCC 2862) La quinta domanda implora la misericordia di Dio per le nostre offese; essa però non può giungere al nostro cuore, se non abbiamo saputo perdonare ai nostri nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2844) La preghiera cristiana arriva fino al perdono dei nemici [Mt 5,43-44]. Essa trasfigura il discepolo configurandolo al suo Maestro. Il perdono è un culmine della preghiera cristiana; il dono della preghiera non può essere ricevuto che in un cuore in sintonia con la compassione divina. Il perdono sta anche a testimoniare che, nel nostro mondo, l'amore è più forte del peccato. I martiri di ieri e di oggi rinnovano questa testimonianza di Gesù. Il perdono è la condizione fondamentale della Riconciliazione [2 Cor 5,18-21] dei figli di Dio con il loro Padre e degli uomini tra loro [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dives in misericordia, 14].

Per la riflessione

(CCC 2845) Non c'è né limite né misura a questo perdono essenzialmente divino [Mt 18,21-22; Lc 17,3-4]. Se si tratta di offese (di “peccati” secondo Lc 11,4 o di “debiti” secondo Mt 6,12), in realtà noi siamo sempre debitori: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13,8). La comunione della Santissima Trinità è la sorgente e il criterio della verità di ogni relazione [1Gv 3,19-24]. Essa è vissuta nella preghiera, specialmente nell'Eucaristia [Mt 5,23-24]: “Dio non accetta il sacrificio di coloro che fomentano la divisione; dice loro di lasciare sull'altare l'offerta e di andare, prima, a riconciliarsi con i loro fratelli, affinché mediante preghiere di pace anche Dio possa riconciliarsi con essi. Ciò che più fortemente obbliga Dio è la nostra pace, la nostra concordia, l'unità di tutto il popolo dei credenti, nel Padre nel Figlio e nello Spirito Santo” [San Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 23: PL 4, 535-536]. [FINE]


(Prossima domanda: Che cosa significa: «Non ci indurre in tentazione»?)

lunedì 25 ottobre 2010

595. Com'è possibile il perdono? (II parte)


595. Com'è possibile il perdono? (II parte) (continuazione)

(Comp 595 ripetizione) La misericordia penetra nel nostro cuore solo se noi pure sappiamo perdonare, perfino ai nostri nemici. Ora, anche se per l'uomo sembra impossibile soddisfare a questa esigenza, il cuore che si offre allo Spirito Santo può, come Cristo, amare fino all'estremo della carità, tramutare la ferita in compassione, trasformare l'offesa in intercessione. Il perdono partecipa della misericordia divina, ed è un vertice della preghiera cristiana.

“In Sintesi”

(CCC 2862) La quinta domanda implora la misericordia di Dio per le nostre offese; essa però non può giungere al nostro cuore, se non abbiamo saputo perdonare ai nostri nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2842) Questo “come” non è unico nell'insegnamento di Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48); “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”(Lc 6,36); “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi” (Gv 13,34). E' impossibile osservare il comandamento del Signore, se si tratta di imitare il modello divino dall'esterno. Si tratta invece di una partecipazione vitale, che scaturisce “dalla profondità del cuore”, alla santità, alla misericordia, all'amore del nostro Dio. Soltanto lo Spirito, del quale viviamo [Gal 5,25], può fare “nostri” i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù [Fil 2,1.5]. Allora diventa possibile l'unità del perdono, perdonarci “a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32).

Per la riflessione

(CCC 2843 Così prendono vita le parole del Signore sul perdono, questo Amore che ama fino alla fine [Gv 13,1]. La parabola del servo spietato, che corona l'insegnamento del Signore sulla comunione ecclesiale [Mt 18,23-35], termina con queste parole: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. E' lì, infatti, “nella profondità del cuore ” che tutto si lega e si scioglie. Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Com'è possibile il perdono?)

domenica 24 ottobre 2010

595. Com'è possibile il perdono? (I parte)


595. Com'è possibile il perdono? (I parte)

(Comp 595) La misericordia penetra nel nostro cuore solo se noi pure sappiamo perdonare, perfino ai nostri nemici. Ora, anche se per l'uomo sembra impossibile soddisfare a questa esigenza, il cuore che si offre allo Spirito Santo può, come Cristo, amare fino all'estremo della carità, tramutare la ferita in compassione, trasformare l'offesa in intercessione. Il perdono partecipa della misericordia divina, ed è un vertice della preghiera cristiana.

“In Sintesi”

(CCC 2862) La quinta domanda implora la misericordia di Dio per le nostre offese; essa però non può giungere al nostro cuore, se non abbiamo saputo perdonare ai nostri nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2840) Ora, ed è cosa tremenda, questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'amore, come il corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo [1Gv 4,20]. Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre; nella confessione del nostro peccato, il nostro cuore è aperto alla sua grazia.

Per la riflessione

(CCC 2841) Questa domanda è tanto importante che è la sola su cui il Signore torna sviluppandola nel discorso della montagna [Mt 6,14-15; 5,23-24; Mc 11,25]. All'uomo è impossibile soddisfare questa cruciale esigenza del mistero dell'Alleanza. “Ma a Dio tutto è possibile” (Mt 19,26). [CONTINUA]


(Continua la domanda: Com'è possibile il perdono?)

sabato 23 ottobre 2010

594. Perché diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»?


594. Perché diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»?

(Comp 594) Chiedendo a Dio Padre di perdonarci, ci riconosciamo peccatori dinanzi a lui. Ma confessiamo al tempo stesso la sua misericordia, perché, nel Figlio suo e attraverso i sacramenti, «riceviamo la redenzione, la remissione dei peccati» (Col 1,14). La nostra domanda, tuttavia, verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo a nostra volta perdonato.

“In Sintesi”

(CCC 2862) La quinta domanda implora la misericordia di Dio per le nostre offese; essa però non può giungere al nostro cuore, se non abbiamo saputo perdonare ai nostri nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2838) Questa domanda è sorprendente. Se consistesse soltanto nel primo membro della frase - “Rimetti a noi i nostri debiti” - potrebbe essere implicitamente inclusa nelle prime tre domande della Preghiera del Signore, dal momento che il sacrificio di Cristo è “per la remissione dei peccati”. Ma, secondo l'altro membro della frase, la nostra domanda verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo risposto ad un'esigenza. La nostra richiesta è rivolta verso il futuro, la nostra risposta deve averla preceduta; una parola le collega: “come”.

Per la riflessione

(CCC 2839) Abbiamo iniziato a pregare il Padre nostro con una confidenza audace. Implorando che il suo Nome sia santificato, gli abbiamo chiesto di essere sempre più santificati. Ma, sebbene rivestiti della veste battesimale, noi non cessiamo di peccare, di allontanarci da Dio. Ora, con questa nuova domanda, torniamo a lui, come il figlio prodigo, [Lc 15,11-32] e ci riconosciamo peccatori, davanti a lui, come il pubblicano [Lc 18,13]. La nostra richiesta inizia con una “confessione”, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia. La nostra speranza è sicura, perché, nel Figlio suo, “abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Col 1,14; Ef 1,7). Il segno efficace ed indubbio del suo perdono lo troviamo nei sacramenti della sua Chiesa [Mt 26,28; Gv 20,23].


(Prossima domanda: Com'è possibile il perdono?)

venerdì 22 ottobre 2010

593. Qual è il senso specificamente cristiano di questa domanda?


593. Qual è il senso specificamente cristiano di questa domanda?

(Comp 593) Poiché «l'uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4), questa domanda riguarda ugualmente la fame della Parola di Dio e quella del Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia, come pure la fame dello Spirito Santo. Noi lo domandiamo con una confidenza assoluta, per oggi, l'oggi di Dio, e questo ci viene dato soprattutto nell'Eucaristia, che anticipa il banchetto del Regno che verrà.

“In Sintesi”

(CCC 2861) Nella quarta domanda, dicendo “Dacci”, esprimiamo, in comunione con i nostri fratelli, la nostra fiducia filiale verso il Padre nostro dei cieli. “Il nostro pane” significa il nutrimento terreno a tutti necessario per il proprio sostentamento, ma indica pure il Pane di Vita: Parola di Dio e Corpo di Cristo. Esso è ricevuto nell' “Oggi” di Dio, come il cibo indispensabile, (sovra-)essenziale del Banchetto del Regno, che l'Eucaristia anticipa.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2837) “Quotidiano”. Questa parola, “épioùsios”, non è usata in nessun altro passo del Nuovo Testamento. Intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di “oggi” [Es 16,19-21], per confermarci in una confidenza “senza riserve”. Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento [1Tm 6,8]. Presa alla lettera (épioùsios: “sovra-sostanziale”), la parola indica direttamente il Pane di Vita, il Corpo di Cristo, “farmaco d'immortalità” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20, 2] senza il quale non abbiamo in noi la vita [Gv 6,53-56]. Infine, legato al precedente, è evidente il senso celeste: “questo Giorno” è quello del Signore, quello del Banchetto del Regno, anticipato nell'Eucaristia, che è già pregustazione del Regno che viene. Per questo è bene che la liturgia eucaristica sia celebrata “ogni giorno”. “L'Eucaristia è il nostro pane quotidiano […]. La virtù propria di questo nutrimento è quella di produrre l'unità, affinché, resi corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo […], ma anche le letture che ascoltate ogni giorno in chiesa sono pane quotidiano, e l'ascoltare e recitare inni è pane quotidiano. Questi sono i sostegni necessari al nostro pellegrinaggio terreno” [Sant'Agostino, Sermo 57, 7, 7: PL 38, 389-390]. Il Padre del cielo ci esorta a chiedere come bambini del cielo il Pane del cielo [Gv 6,51]. Cristo “egli stesso è il pane che, seminato nella Vergine, lievitato nella carne, impastato nella passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella chiesa, portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento celeste” [San Pietro Crisologo, Sermo 67, 7: PL 52, 402].

Per la riflessione

(CCC 2835) Questa domanda e la responsabilità che comporta, valgono anche per un'altra fame di cui gli uomini soffrono: “Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) [Dt 8,3], cioè della sua Parola e del suo Spirito. I cristiani devono mobilitare tutto il loro impegno per “annunziare il Vangelo ai poveri”. C'è una fame sulla terra, “non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la Parola di Dio” (Am 8,11). Perciò il senso specificamente cristiano di questa quarta domanda riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia [Gv 6,26-58]. (CCC 2836) “Oggi”. E' anch'essa un'espressione di fiducia. Ce la insegna il Signore; [Mt 6,34; Es 16,19] non poteva inventarla la nostra presunzione. Poiché si tratta soprattutto della sua Parola e del Corpo del Figlio suo, questo “oggi” non è soltanto quello del nostro tempo mortale: è l'Oggi di Dio: “Se ricevi il Pane ogni giorno, per te ogni giorno è oggi. Se oggi Cristo è tuo, egli risorge per te ogni giorno. In che modo? “Tu sei mio Figlio, oggi Io ti ho generato” (Sal 2,7). L'oggi è quando Cristo risorge” [Sant'Ambrogio, De sacramentis, 5, 26: PL 16, 453].


(Prossima domanda: Perché diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»?)

giovedì 21 ottobre 2010

592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (III parte)


592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (III parte) (continuazione)

(Comp 592 ripetizione) Chiedendo a Dio, con l'abbandono fiducioso dei figli, il nutrimento quotidiano necessario a tutti per la propria sussistenza, riconosciamo quanto Dio nostro Padre sia buono al di là di ogni bontà. Domandiamo anche la grazia di saper agire perché la giustizia e la condivisione permettano all'abbondanza degli uni di sopperire ai bisogni degli altri.

“In Sintesi”

(CCC 2861) Nella quarta domanda, dicendo “Dacci”, esprimiamo, in comunione con i nostri fratelli, la nostra fiducia filiale verso il Padre nostro dei cieli. “Il nostro pane” significa il nutrimento terreno a tutti necessario per il proprio sostentamento, ma indica pure il Pane di Vita: Parola di Dio e Corpo di Cristo. Esso è ricevuto nell' “Oggi” di Dio, come il cibo indispensabile, (sovra-)essenziale del Banchetto del Regno, che l'Eucaristia anticipa.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2832) Come il lievito nella pasta, così la novità del Regno deve “fermentare” la terra per mezzo dello Spirito di Cristo [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 5]. Deve rendersi evidente attraverso l'instaurarsi della giustizia nelle relazioni personali e sociali, economiche e internazionali; né va mai dimenticato che non ci sono strutture giuste senza uomini che vogliono essere giusti. (CCC 2833) Si tratta del “nostro” pane, “uno” per “molti”. La povertà delle Beatitudini è la virtù della condivisione: sollecita a mettere in comune e a condividere i beni materiali e spirituali, non per costrizione, ma per amore, perché l'abbondanza degli uni supplisca alla indigenza degli altri [2Cor 8,1-15].

Per la riflessione

(CCC 2834) “Prega e lavora” [Cf. San Benedetto, Regola, 20: PL 66, 479-480]. “Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Dio, e agire come se tutto dipendesse da noi” [Attribuito a Sant'Ignazio di Loyola, cf. Pietro da Ribadeneyra, Tractatus de modo gubernandi sancti Ignatii, c. 6, 14]. Dopo aver eseguito il nostro lavoro, il cibo resta un dono del Padre nostro; è giusto chiederglielo e di questo rendergli grazie. Questo è il senso della benedizione della mensa in una famiglia cristiana. [FINE]

(Prossima domanda: Qual è il senso specificamente cristiano di questa domanda?)

mercoledì 20 ottobre 2010

592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (II parte)


592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (II parte) (continuazione)

(Comp 592 ripetizione) Chiedendo a Dio, con l'abbandono fiducioso dei figli, il nutrimento quotidiano necessario a tutti per la propria sussistenza, riconosciamo quanto Dio nostro Padre sia buono al di là di ogni bontà. Domandiamo anche la grazia di saper agire perché la giustizia e la condivisione permettano all'abbondanza degli uni di sopperire ai bisogni degli altri.

“In Sintesi”

(CCC 2861) Nella quarta domanda, dicendo “Dacci”, esprimiamo, in comunione con i nostri fratelli, la nostra fiducia filiale verso il Padre nostro dei cieli. “Il nostro pane” significa il nutrimento terreno a tutti necessario per il proprio sostentamento, ma indica pure il Pane di Vita: Parola di Dio e Corpo di Cristo. Esso è ricevuto nell' “Oggi” di Dio, come il cibo indispensabile, (sovra-)essenziale del Banchetto del Regno, che l'Eucaristia anticipa.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2830) “Il nostro pane”. Il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni “convenienti”, materiali e spirituali. Nel discorso della montagna Gesù insiste su questa confidenza filiale che coopera con la provvidenza del Padre nostro [Mt 6,25-34]. Egli non ci spinge alla passività, [2Ts 3,6-13] ma vuole liberarci da ogni affanno e da ogni preoccupazione. Tale è l'abbandono filiale dei figli di Dio: “A chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia, egli promette di dare tutto in aggiunta. In realtà, tutto appartiene a Dio e nulla manca all'uomo che possiede Dio, se egli stesso non manca a Dio” [San Cipriano di Cartagine, De oratione dominica, 21: PL 4, 551].

Per la riflessione

(CCC 2831) Il fatto però che ci siano coloro che hanno fame per mancanza di pane, svela un'altra profondità di questa domanda. Il dramma della fame nel mondo chiama i cristiani che pregano in verità ad una responsabilità fattiva nei confronti dei loro fratelli, sia nei loro comportamenti personali sia nella loro solidarietà con la famiglia umana. Questa petizione della Preghiera del Signore non può essere isolata dalle parabole del povero Lazzaro [Lc 16,19-31] e del giudizio finale [Mt 25,31-46]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»?)

martedì 19 ottobre 2010

592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (I parte)


592. Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? (I parte)

(Comp 592) Chiedendo a Dio, con l'abbandono fiducioso dei figli, il nutrimento quotidiano necessario a tutti per la propria sussistenza, riconosciamo quanto Dio nostro Padre sia buono al di là di ogni bontà. Domandiamo anche la grazia di saper agire perché la giustizia e la condivisione permettano all'abbondanza degli uni di sopperire ai bisogni degli altri.

“In Sintesi”

(CCC 2861) Nella quarta domanda, dicendo “Dacci”, esprimiamo, in comunione con i nostri fratelli, la nostra fiducia filiale verso il Padre nostro dei cieli. “Il nostro pane” significa il nutrimento terreno a tutti necessario per il proprio sostentamento, ma indica pure il Pane di Vita: Parola di Dio e Corpo di Cristo. Esso è ricevuto nell' “Oggi” di Dio, come il cibo indispensabile, (sovra-)essenziale del Banchetto del Regno, che l'Eucaristia anticipa.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2828) “Dacci”: è bella la fiducia dei figli che attendono tutto dal loro Padre. Egli “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45) e dà a tutti i viventi “il cibo in tempo opportuno” (Sal 104,27). Gesù ci insegna questa domanda, che in realtà glorifica il Padre nostro perché è il riconoscimento di quanto egli sia buono al di là di ogni bontà.

Per la riflessione

(CCC 2829) “Dacci” è anche l'espressione dell'Alleanza: noi siamo suoi ed egli è nostro, è per noi. Questo “noi” però lo riconosce anche come il Padre di tutti gli uomini, e noi lo preghiamo per tutti, solidali con le loro necessità e le loro sofferenze. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»?)

lunedì 18 ottobre 2010

591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (III parte)


591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (III parte) (continuazione)

(Comp 591 ripetizione) La volontà del Padre è che «tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,3). Per questo Gesù è venuto: per compiere perfettamente la Volontà salvifica del Padre. Noi preghiamo Dio Padre di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, sull'esempio di Maria Santissima e dei Santi. Domandiamo che il suo disegno benevolo si realizzi pienamente sulla terra come già nel cielo. È mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la «costanza per compierla» (Eb 10,36).

“In Sintesi”

(CCC 2860) Nella terza domanda preghiamo il Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, perché si compia il suo disegno di salvezza nella vita del mondo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2826) E' mediante la preghiera che possiamo discernere la Volontà di Dio [Rm 12,2; Ef 5,17] ed ottenere la costanza nel compierla [Eb 10,36]. Gesù ci insegna che si entra nel Regno dei cieli non a forza di parole, ma facendo “la Volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Per la riflessione

(CCC 2827) Se uno […] fa la sua volontà, egli [Dio] lo ascolta [Gv 9,31; 1Gv 5,14]. Tale è la potenza della preghiera della Chiesa nel nome del suo Signore, soprattutto nell'Eucaristia; essa è comunione d'intercessione con la santissima Madre di Dio [Lc 1,38.49] e con tutti i santi che sono stati “graditi” al Signore per non aver voluto che la sua volontà: “Possiamo anche, senza offendere la verità, dare alle parole: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” questo significato: sia fatta nella Chiesa come nel Signore nostro Gesù Cristo; sia fatta nella Sposa, che a lui è stata fidanzata, come nello Sposo che ha compiuto la Volontà del Padre” [Sant'Agostino, De Sermone Domini in monte, 2, 6, 24: PL 34, 1279]. [FINE]


(Prossima domanda: Qual è il senso della domanda: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»?)

domenica 17 ottobre 2010

591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (II parte)


591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (II parte) (continuazione)

(Comp 591 ripetizione) La volontà del Padre è che «tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,3). Per questo Gesù è venuto: per compiere perfettamente la Volontà salvifica del Padre. Noi preghiamo Dio Padre di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, sull'esempio di Maria Santissima e dei Santi. Domandiamo che il suo disegno benevolo si realizzi pienamente sulla terra come già nel cielo. È mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la «costanza per compierla» (Eb 10,36).

“In Sintesi”

(CCC 2860) Nella terza domanda preghiamo il Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, perché si compia il suo disegno di salvezza nella vita del mondo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2824) È in Cristo e mediante la sua volontà umana che la Volontà del Padre è stata compiuta perfettamente e una volta per tutte. Gesù, entrando in questo mondo, ha detto: “Ecco, io vengo, […] per fare, o Dio, la tua Volontà” (Eb 10,7; Sal 40,7). Solo Gesù può affermare: “Io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29). Nella preghiera della sua agonia, egli acconsente totalmente alla Volontà del Padre: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22,42) [Gv 4,34; 5,30; 6,38]. Ecco perché Gesù “ha dato se stesso per i nostri peccati [...] secondo la Volontà di Dio” (Gal 1,4). “E' appunto per quella Volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del Corpo di Gesù Cristo” (Eb 10,10).

Per la riflessione

(CCC 2825) Gesù “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8); a maggior ragione, noi, creature e peccatori, diventati in lui figli di adozione. Noi chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua volontà, il suo disegno di salvezza per la vita del mondo. Noi siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre [Gv 8,29]: “Aderendo a Cristo, possiamo diventare un solo Spirito con lui e così compiere la sua Volontà; in tal modo essa sarà fatta perfettamente in terra come in cielo” [Origene, De oratione, 26, 3: PG 11, 501]. “Considerate come [Gesù Cristo] ci insegni ad essere umili, mostrandoci che la nostra virtù non dipende soltanto dai nostri sforzi, ma anche dalla grazia di Dio. Egli comanda ad ogni fedele che prega, di farlo con respiro universale, cioè per tutta la terra. Egli, infatti, non dice “sia fatta la tua volontà” in me o in voi, “ma in terra, su tutta la terra”; e ciò perché dalla terra sia eliminato l'errore e sulla terra regni la verità, sia distrutto il vizio, rifiorisca la virtù, e la terra non sia diversa dal cielo” [San Giovanni Crisostomo, In Matthaeum homilia 19, 5: PG 57, 280]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»?)

sabato 16 ottobre 2010

591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (I parte)


591. Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? (I parte)

(Comp 591) La volontà del Padre è che «tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,3). Per questo Gesù è venuto: per compiere perfettamente la Volontà salvifica del Padre. Noi preghiamo Dio Padre di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, sull'esempio di Maria Santissima e dei Santi. Domandiamo che il suo disegno benevolo si realizzi pienamente sulla terra come già nel cielo. È mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la «costanza per compierla» (Eb 10,36).

“In Sintesi”

(CCC 2860) Nella terza domanda preghiamo il Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, perché si compia il suo disegno di salvezza nella vita del mondo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2822) La volontà del Padre nostro è “che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Egli “usa pazienza […], non volendo che alcuno perisca” (2Pt 3,9) [Mt 18,14]. Il suo comandamento, che compendia tutti gli altri e ci manifesta la sua volontà, è che ci amiamo gli uni gli altri, come egli ci ha amato [Gv 13,34; 1Gv 3; 4; Lc 10,25-37].

Per la riflessione

(CCC 2823) “Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva […] prestabilito […], il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose […]. In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà” (Ef 1,9-11). Noi chiediamo con insistenza che si realizzi pienamente questo disegno di benevolenza sulla terra, come già è realizzato in cielo. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»?)

venerdì 15 ottobre 2010

590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (III parte)


590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (III parte) (continuazione)

(Comp 590 ripetizione) La Chiesa invoca la venuta finale del Regno di Dio attraverso il ritorno di Cristo nella gloria. Ma la Chiesa prega anche perché il Regno di Dio cresca fin da oggi mediante la santificazione degli uomini nello Spirito e, grazie al loro impegno, con il servizio della giustizia e della pace, secondo le Beatitudini. Questa domanda è il grido dello Spirito e della Sposa: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

“In Sintesi”

(CCC 2859) Con la seconda domanda la Chiesa guarda principalmente al ritorno di Cristo e alla venuta finale del regno di Dio. Ma prega anche per la crescita del regno di Dio nell'“oggi” delle nostre vite.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2820) Con un discernimento secondo lo Spirito, i cristiani devono distinguere tra la crescita del regno di Dio e il progresso della cultura e della società in cui sono inseriti. Tale distinzione non è una separazione. La vocazione dell'uomo alla vita eterna non annulla ma rende più imperioso il dovere di utilizzare le energie e i mezzi ricevuti dal Creatore per servire in questo mondo la giustizia e la pace [Con. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22; 32; 39; 45; Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 31].

Per la riflessione

(CCC 2821) Questa domanda è assunta ed esaudita nella preghiera di Gesù [Gv 17,17-20], presente ed efficace nell'Eucaristia; produce il suo frutto nella vita nuova secondo le beatitudini [Mt 5,13-16; 6,24; 7,12-13]. [FINE]


(Prossima domanda: Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»?)

giovedì 14 ottobre 2010

590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (II parte)


590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (II parte) (continuazione)

(Comp 590 ripetizione) La Chiesa invoca la venuta finale del Regno di Dio attraverso il ritorno di Cristo nella gloria. Ma la Chiesa prega anche perché il Regno di Dio cresca fin da oggi mediante la santificazione degli uomini nello Spirito e, grazie al loro impegno, con il servizio della giustizia e della pace, secondo le Beatitudini. Questa domanda è il grido dello Spirito e della Sposa: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

“In Sintesi”

(CCC 2859) Con la seconda domanda la Chiesa guarda principalmente al ritorno di Cristo e alla venuta finale del regno di Dio. Ma prega anche per la crescita del regno di Dio nell'“oggi” delle nostre vite.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2818) Nella Preghiera del Signore si tratta principalmente della venuta finale del regno di Dio con il ritorno di Cristo [Tt 2,13]. Questo desiderio non distoglie però la Chiesa dalla sua missione in questo mondo, anzi, la impegna maggiormente. Infatti, dopo la Pentecoste, la venuta del Regno è l'opera dello Spirito del Signore, inviato “a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione” [Preghiera eucaristica IV: Messale Romano].

Per la riflessione

(CCC 2819) “Il regno di Dio […] è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). Gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono i tempi dell'effusione dello Spirito Santo. Pertanto è ingaggiato un combattimento decisivo tra “la carne” e lo Spirito [Gal 5,16-25]: “Solo un cuore puro può dire senza trepidazione alcuna: “Venga il tuo regno”. Bisogna essere stati alla scuola di Paolo per dire: “Non regni più dunque il peccato nel nostro corpo mortale” (Rm 6,12). Colui che nelle azioni, nei pensieri, nelle parole si conserva puro, può dire a Dio: “Venga il tuo regno!”. [San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses mystagogicae, 5, 13: PG 33, 1120]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»?)

mercoledì 13 ottobre 2010

590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (I parte)


590. Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»? (I parte)

(Comp 590) La Chiesa invoca la venuta finale del Regno di Dio attraverso il ritorno di Cristo nella gloria. Ma la Chiesa prega anche perché il Regno di Dio cresca fin da oggi mediante la santificazione degli uomini nello Spirito e, grazie al loro impegno, con il servizio della giustizia e della pace, secondo le Beatitudini. Questa domanda è il grido dello Spirito e della Sposa: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

“In Sintesi”

(CCC 2859) Con la seconda domanda la Chiesa guarda principalmente al ritorno di Cristo e alla venuta finale del regno di Dio. Ma prega anche per la crescita del regno di Dio nell'“oggi” delle nostre vite.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2816) Nel Nuovo Testamento la parola “basileia” può essere tradotta con “regalità” (nome astratto), “regno” (nome concreto) oppure “signoria” (nome d'azione). Il regno di Dio è prima di noi; si è avvicinato nel Verbo incarnato, viene annunciato in tutto il Vangelo, è venuto nella morte e risurrezione di Cristo. Il regno di Dio viene fin dalla santa Cena e nell'Eucaristia, esso è in mezzo a noi. Il Regno verrà nella gloria allorché Cristo lo consegnerà al Padre suo: “E' anche possibile che il regno di Dio significhi Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come egli è la nostra Risurrezione, perché in lui risuscitiamo, così può essere il Regno di Dio, perché in lui regneremo” [San Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 13: PL 4, 545].

Per la riflessione

(CCC 2817) Questa richiesta è il “Marana tha”, il grido dello Spirito e della Sposa: “Vieni, Signore Gesù”. “Anche se questa preghiera non ci avesse imposto il dovere di chiedere l'avvento del Regno, noi avremmo, con incontenibile spontaneità, lanciato questo grido, bruciati dalla fretta di andare ad abbracciare ciò che forma l'oggetto delle nostre speranze. Le anime dei martiri, sotto l'altare, invocano il Signore gridando a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap 6,10). A loro, in realtà, dev'essere fatta giustizia, alla fine dei tempi. Signore, affretta, dunque, la venuta del tuo regno!” [Tertulliano, De oratione, 5, 2-4: PL 1, 1261-1262]. [CONTINUA]


(Continua la domanda: Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»?)

martedì 12 ottobre 2010

589. Come è santificato il Nome di Dio in noi e nel mondo?


589. Come è santificato il Nome di Dio in noi e nel mondo?

(Comp 589) Santificare il Nome di Dio che ci chiama «alla santificazione» (1 Ts 4,7) è desiderare che la consacrazione battesimale vivifichi tutta la nostra vita. Inoltre, è domandare, con la nostra vita e con la nostra preghiera, che il Nome di Dio sia conosciuto e benedetto da ogni uomo.

“In Sintesi”

(CCC 2815) Questa domanda, che le compendia tutte, è esaudita attraverso la preghiera di Cristo, come le sei domande successive. La preghiera al Padre nostro è preghiera nostra se è pregata nel nome di Gesù [Gv 14,13; 15,16; 16,23-24; 14,26]. Gesù nella sua preghiera sacerdotale chiede: “Padre santo, custodisci nel tuo Nome coloro che mi hai dato” (Gv 17,11).

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2813) Nell'acqua del Battesimo siamo stati “lavati […], santificati […], giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1Cor 6,11). Lungo tutta la nostra vita il Padre nostro ci chiama “alla santificazione” (1Ts 4,7), e, poiché è per lui che noi siamo “in Cristo Gesù, il quale […] è diventato per noi santificazione” (1Cor 1,30), riguarda la sua gloria e la nostra vita che il suo nome sia santificato in noi e da noi. Sta qui l'urgenza della nostra prima domanda. “Chi potrebbe santificare Dio, giacché è lui che santifica? Ma traendo ispirazione da queste parole: “Siate santi, perché io sono santo” (Lv 11, 44), noi chiediamo che, santificati dal Battesimo, possiamo perseverare in ciò che abbiamo incominciato ad essere. E lo chiediamo ogni giorno, perché ogni giorno ci lasciamo sedurre dal male, e perciò dobbiamo purificarci dai nostri peccati con una purificazione incessantemente ricominciata […]. Ricorriamo, dunque, alla preghiera perché la santità dimori in noi” [San Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 12: PL 4, 544].

Per la riflessione

(CCC 2814) Dipende inseparabilmente dalla nostra vita e dalla nostra preghiera che il suo Nome sia santificato tra le nazioni: “Chiediamo a Dio di santificare il suo nome, perché è mediante la santità che egli salva e santifica tutta la creazione. […] Si tratta del nome che dà la salvezza al mondo perduto, ma domandiamo che il nome di Dio sia santificato in noi dalla nostra vita. Infatti, se viviamo con rettitudine, il nome divino è benedetto; ma se viviamo nella disonestà, il nome divino è bestemmiato, secondo quanto dice l'Apostolo: “Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani” (Rm 2,24 cf. Ez 36,20-22). Noi, dunque, preghiamo per meritare di essere santi come è santo il Nome del nostro Dio” [San Pietro Crisologo, Sermo 71, 4: PL 52, 402]. “Quando diciamo “Sia santificato il tuo nome”, chiediamo che venga santificato in noi, che siamo in lui, ma anche negli altri che non si sono ancora lasciati raggiungere dalla grazia di Dio; ciò per conformarci al precetto che ci obbliga a pregare per tutti, perfino per i nostri nemici. Ecco perché non diciamo espressamente: Il tuo nome sia santificato “in noi”; non lo diciamo perché chiediamo che sia santificato in tutti gli uomini” [Tertulliano De oratione, 3, 4: PL 1, 1259].


(Prossima domanda: Che cosa domanda la Chiesa pregando: «Venga il tuo Regno»?)

lunedì 11 ottobre 2010

588. Che cosa significa: «Sia santificato il tuo nome»? (III parte)


588. Che cosa significa: «Sia santificato il tuo nome»? (III parte) (continuazione)

(Comp 588 ripetizione) Santificare il Nome di Dio è innanzitutto una lode che riconosce Dio come Santo. Infatti, Dio ha rivelato il suo santo Nome a Mosè e ha voluto che il suo popolo gli fosse consacrato come una nazione santa in cui egli dimora.

“In Sintesi”

(CCC 2858) Chiedendo: “Sia santificato il tuo Nome”, entriamo nel disegno di Dio: la santificazione del suo nome - rivelato a Mosè, poi in Gesù da parte nostra e in noi, come in ogni popolo e in ogni uomo.

Approfondimenti e spiegazioni

(CCC 2811) Ma, nonostante la Legge santa che il Dio Santo (Lv 19,2: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo”) gli dà e torna a dargli, e benché il Signore, “per riguardo al suo nome”, usi pazienza, il popolo si allontana dal Santo d'Israele e profana il suo nome in mezzo alle nazioni [Ez 20; 36]. Per questo i giusti dell'Antica Alleanza, i poveri tornati dall'esilio e i profeti sono stati infiammati dalla passione per il nome.

Per la riflessione

(CCC 2812) Infine, è in Gesù che il Nome del Dio Santo ci viene rivelato e donato, nella carne, come Salvatore [Mt 1,21; Lc 1,31]: rivelato da ciò che egli È, dalla sua parola e dal suo sacrificio [Gv 8,28; 17,8; 17,17-19]. È il cuore della sua preghiera sacerdotale: Padre santo, “per loro io consacro me stesso; perché siano anch'essi consacrati nella verità” (Gv 17,19). È perché egli stesso “santifica” il suo nome [Ez 20,39; 36,20-21] che Gesù “ci fa conoscere” il nome del Padre [Gv 17,6]. Compiuta la sua pasqua, il Padre gli dà il nome che è al di sopra di ogni altro nome: Gesù è il Signore a gloria di Dio Padre [Fil 2,9-11]. [FINE]


(Prossima domanda: Come è santificato il Nome di Dio in noi e nel mondo?)